STORIA 4 ) - 11 gennaio 2010
Cooperative sociali :
contenitori terapeutici
o scatole vuote?
Questa nostra inchiesta sulle motivazioni per cui la giunta provinciale presieduta da Aniello Cimitile ha ritenuto di non rinnovare il contratto a cooperative come il “Mosaico” dedite al reinserimento lavorativo di malati mentali, parte da una serie di interrogativi “tecnici” sulle conseguenze fisiche e psichiche dovute alla perdita del lavoro dei loro soci-lavoratori svantaggiati. Interrogativi rivolti, perciò, ai medici del Centro di Salute Mentale di Benevento che hanno lavorato insieme agli operatori del Mosaico per sfruttare a fini riabilitivi l’inserimento lavorativo.
Ecco le domande da noi rivolte all’equipe del CSM:
1 ) Questo tipo di lavoro ha solo una valenza assistenziale o anche riabilitativa e terapeutica?
2 ) Il rapporto tra i vostri pazienti e i membri della cooperativa il Mosaico che in alcuni casi va avanti da diversi anni, è connotato dal “feeling” terapeutico e dalla continuità che servono a curare e stabilizzare la guarigione?
3 ) Per ognuno dei casi seguiti dal Mosaico, c’è a monte una cartella clinica della quale siete a conoscenza?
4 ) C’è stato in questi anni un contatto costante tra i sofferenti occupati nel Mosaico, gli altri lavoratori della cooperativa e il personale del CSM?
5 ) La distruzione del contenitore riabilitativo e terapeutico – cioè della cooperativa come gruppo, e dello specifico lavoro che si faceva in gruppo per il quale si erano acquisite delle abilità riconosciute – può essere letta come interruzione di progetto terapeutico con tutto quello che ne deriva: cioè, perdita di autostima duramente conquistata, stress emotivi, perdita di stabilità, ecc?
E l’equipe medica del Centro di Salute Mentale ha così risposto:
“Per poter dare una risposta agli interrogativi posti dalla Associazione dei familiari, è il caso di fare una premessa su quello che è “Il Mosaico” cooperativa sociale con la quale il Centro di Salute Mentale (CSM) e il Centro Diurno di Riabilitazione (CDR) di Benevento in questi anni hanno costruito un percorso utile ai nostri utenti.
“Il Mosaico” è una cooperativa di tipo A e B, ma la lettera B è la parola magica che ha permesso ad alcuni nostri utenti di diventare soci di una impresa sociale che come recita lo statuto opera nel settore dell’inserimento lavorativo e sociale attraverso interventi finalizzati al miglioramento della qualità di vita, promuovendo la partecipazione attiva di tutti.
Il Mosaico nasce nel 1999 spontaneamente – dopo l’esperienza con la cooperativa Occhio Magico di Salerno – dall’ideale condiviso da operatori ed utenti del “vero recupero” che può dare la dignità di un lavoro, anche se protetto, a persone alle quali la storia e la cultura hanno negato il diritto di esistere nella società. La missione della cooperativa “Il Mosaico” è quindi quella dell’inserimento lavorativo di pazienti con disabilità psichica e/o mentale. La cooperativa ha promosso la valorizzazione del socio lavoratore curandone gli aspetti relazionali, la produttività e la sana integrazione nel contesto sociale. Alla luce di quanto scritto il lavoro è diventato per coloro che hanno avuto la possibilità di accedervi, il tramite non solo di una gratificazione remunerativa ma soprattutto terapeutico-riabilitativa che ha portato a un evidente miglioramento della qualità di vita e ha consentito, attraverso un continuo rapporto e monitoraggio, una considerevole remissione della sintomatologia clinica.
Volendo inoltre considerare ciò in termini puramente economici, l’inserimento lavorativo ha comportato un notevole risparmio per quanto riguarda l’erogazione pensionistica, la spesa farmaceutica e la riduzione dei ricoveri ospedalieri e in strutture convenzionate.
Nel corso di questi anni gli operatori del CSM e del CDR hanno programmato un monitoraggio continuo per gli utenti inseriti al lavoro, sia di tipo individuale sia di tipo generale. Nello specifico si sono tenuti incontri mensili del CDR di Benevento con i dirigenti della Cooperativa. Questa collaborazione ha consentito:
l’elaborazione di progetti individuali in base alle diverse potenzialità ed esigenze;
la comprensione, la tutela ed il sostegno dei pazienti in momenti di difficoltà;
la creazione di un clima di fiducia e di supporto tra le persone.
La distruzione della cooperativa come gruppo rappresenta, dunque, una grave perdita e certamente un evento stressante per i nostri utenti, i quali pur mantenendo il lavoro perdono, però, le relazioni e i rapporti importanti stabiliti nel corso degli anni. Il che può comportare ricadute della malattia e disagi gravi. E ogni ricaduta aumenta, a sua volta, il rischio che la malattia si cronicizzi diventando, a quel punto, inguaribile”.
Le cooperative “B” come “Buone” e “Brave”
E’ questo il soprannome che abbiamo dato noi a cooperative che, rispecchiando l’intento del legislatore, hanno come scopo il reinserimento lavorativo di soggetti svantaggiati: handicappati, disabili, ex carcerati, disagiati psichici. Queste cooperative, dunque, sono definite “sociali” perché insieme al volontariato e ad altre organizzazioni no-profit svolgono un ruolo fondamentale nei servizi alla persona e negli inserimenti lavorativi, come recita la legge nazionale 381 che regolamenta il cosiddetto “terzo settore”. La loro attività non è assistenziale ma solidale: perché alle persone svantaggiate non viene versato solo un generico assegno di accompagnamento, ma vengono messe in grado di lavorare, di essere utili a loro stesse e alla società, di riuscire, tramite il lavoro, a ricostruire la propria dignità e autostima. Il lavoro nella cooperazione sociale, quindi, è innanzitutto “curativo” per cui i risultati di chi opera nelle cooperative di tipo “B” si misurano sulla capacità di integrare nel gruppo di lavoro i disabili, di farli sentire normali, di riuscire a creare con loro un pool dove non c’è distinzione fra sano e malato, dove chi è meno dotato può appoggiarsi senza timore a chi lo è di più, dove chi ha dei problemi può condividerli con chi ne ha come lui o può sentirsi utile addirittura aiutandolo.
Il curriculum di queste cooperative, quindi, si basa sui risultati riabilitativi e terapeutici ottenuti creando solidi rapporti umani, di solidarietà e di amicizia all’interno del gruppo di lavoro. Gruppo che rappresenta il “contenitore terapeutico” nel quale il lavoro diventa, a sua volta, strumento riabilitativo: viceversa, senza questo contenitore, il lavoro non produce reinserimento sociale perché i risultati di integrazione sociale non si possono ottenere con un normale rapporto “datore di lavoro-lavoratore” – non a caso i membri della cooperativa sono anche soci della stessa – né cambiando continuamente il personale. Il primo scopo della cooperazione sociale, infatti, è dare stabilità al disagiato: perché l’incertezza sul futuro è ciò che più destabilizza chi ha una debolezza fisica e psichica. E non è solo l’incertezza economica che lo spaventa, ma anche la paura di perdere i rapporti umani costruiti negli anni attraverso il lavoro, di separarsi dai propri compagni che come una sorta di tribù, gli garantiscono l’appartenenza al gruppo: un aspetto vitale per ogni individuo, ma che in questo caso è il più potente antidoto contro la solitudine e la separatezza nelle quali sprofonda spesso chi soffre di disagio mentale.
Sulla base di queste sofferte considerazioni rivolgiamo al presidente Cimitile e agli assessori della giunta i nostri interrogativi.
Le motivazioni utilizzate per affidare i servizi alle cooperative sociali sono: “creare opportunità di lavoro per le persone svantaggiate”. Motivazioni che, però, sembrano provocare esattamente il contrario di quello che dichiarano: come è possibile, infatti, ottenere questo risultato non “creando” nuove opportunità, ma “togliendole” ad altri svantaggiati che già ne usufruivano?
Prima del provvedimento, la situazione delle piccole cooperative sociali vedeva il Mosaico impegnato su diversi servizi occupando in totale 20 lavoratori:
1) il presidio e la cura della parte tecnica della diga di Campolattaro;
2) la manutenzione e la custodia dei giardini della Rocca dei Rettori;
3) la custodia e la guardianìa della Biblioteca Provinciale.
C’era poi la cooperativa Ideas che da diversi anni si occupava del complesso museale del Musa curandone la manutenzione, la guardiania e la promozione di eventi culturali. E la stessa cosa faceva la cooperativa dedita al complesso della chiesa di Sant’Ilario. A queste vanno aggiunte alcune cooperative che gestivano servizi più recenti – il punto informativo e la struttura Geobiolab – che si sono auto-escluse dopo avere valutato, forse, l’esiguità dei nuovi importi messi a disposizione.
Questi servizi, infatti, sono stati prima frazionati e poi il grosso dell’importo è stato affidato alle agenzie della Provincia, Asea e Art Sannio. Vale a dire tutto il servizio alla diga di Campolattaro (sul quale il Mosaico impegnava ben 14 lavoratori) è stato affidato all’ASEA, mentre tutta la parte culturale ( compresa quella legata ai complessi del Musa e di Sant’Ilario) è andata all’Art Sannio.
Risultato: alle precedenti cooperative sono rimaste le briciole rispetto agli importi prima affidati loro. Di conseguenza sono state obbligate a privarsi di gran parte dei loro soci lavoratori e sono state svuotate delle singole specificità, come emerge analizzando i nuovi affidi riportati nel seguente schema:
1) ROCCA DEI RETTORI e MUSEO ARCOS (Servizio di apertura, chiusura, custodia e pulizia giardini) per un importo di euro 38.000 è stato affidato alla cooperativa sociale Saturno (nuova cooperativa subentrata nel servizio)
2) MUSEO DEL SANNIO E BIBLIOTECA (pulizia giardini, custodia, guardiania, carico e scarico di materiale librario) per euro 28.000 alla cooperativa Sociale la Casa del Sole ( nuova cooperativa subentrata nel servizio)
3) MUSA ( apertura, chiusura, pulizia spazi interni ed esterni, sorveglianza struttura durante orario di chiusura) per euro 35.000 alla cooperativa sociale Il Mosaico
4) GEOBIOLAB (Sorveglianza struttura durante orario di chiusura) per euro 28.000 alla cooperativa sociale San Valentino ( nuova cooperativa subentrata nel servizio)
5) PUNTO INFORMATIVO (Apertura, chiusura e pulizia struttura, accoglienza ed informazione turistica, prenotazioni, promozione manifestazioni, gestione numero verde) per euro 34.000 alla cooperativa sociale Ideas (che prima gestiva il Musa)
Come si vede, dunque, a cooperative come il Mosaico alle quali prima andavano oltre 200.000 euro annuali ne sono stati assegnati 35.000. E sono state obbligate a privarsi di gran parte dei loro soci non solo perché sono venuti meno i precedenti importi, ma perché sono state svuotate della loro validità tecnico-operativa. L’Ideas, per esempio, che prima curava il MUSA è un gruppo di lavoro antropologico che – nato intorno al famoso antropologo Marino Niola – era riuscita a inserire in questo qualificato progetto museale disabili e personale altamente specializzato: come un meccanico chiamato per restaurare trattori in tutt’Italia. “In fondo ci sono altri meccanici capaci di far funzionare un trattore”, potrebbe obiettare un inesperto. Ma la risposta è che nel Musa ci sono trattori d’epoca: per cui sostituire un pezzo, per esempio, con un altro qualsiasi anziché con l’originale dell’epoca, farà camminare ugualmente il trattore ma gli farà perdere il suo valore museale.
L’Ideas, dunque, ha competenze etnografiche che non ha il Mosaico – cui adesso è stato affidato il Musa – né l’agenzia Art Sannio che dovrebbe curarne la parte culturale.
Il folle ” gioco dell’oca “
Ma allora perché, come in un folle “gioco dell’Oca”, il Musa è stato tolto all’Ideas per affidarlo al Mosaico dove i nuovi dirigenti, come ammettono con umiltà, sono solo “in grado di aprire e chiudere le porte”?
Perché l’Ideas ha avuto il servizio del Punto Informativo – di cui non ha precedenti esperienze – dopo essere stata costretta a rinunciare al suo “sogno imprenditoriale nato attorno al Musa?”
Perché a sua volta il Mosaico ha dovuto rinunciare ai servizi svolti presso la Rocca e la Biblioteca per andare in una realtà estranea come il Musa?
E perché affidando questi servizi a nuove cooperative, quelle di prima sono state obbligate a privarsi dei soci-lavoratori che ne facevano parte, a loro volta finiti sparpagliati e dispersi?
Giovanni, per esempio, lo psicologo-giardiniere della nostra prima “storia di ordinaria follìa” ha fatto un tale percorso “curativo” all’intero del Mosaico da diventarne addirittura amministratore. Con questo “gioco dell’oca”, però, è stato messo di fronte a un dilemma: continuare a fare il custode nella Biblioteca provinciale che può raggiungere a piedi da dove abita ma con una cooperativa a lui sconosciuta, La casa del Sole di Sant’Agata dei Goti? Oppure andare fino al Musa, irraggiungibile senz’auto, per non abbandonare il suo gruppo? E Giovanni dopo giorni di angoscia, ha scelto il gruppo: “Perché il lavoro si può cambiare, ma non i compagni che ti hanno ridato la vita”. Ma è una scelta forzata: fra i due mali ha scelto il minore. Con i rischi che comporta: i medici hanno dovuto aumentargli la dose di psicofarmaci per affrontare lo stress del cambiamento.
Nel varare questo provvedimento, dunque, sembra che la Provincia non solo non abbia valutato la necessità di garantire ai disagiati mentali la stabilità all’interno delle cooperative che li “curavano” da tempo, ma che il provvedimento sia addirittura motivato dalla “necessità” di interrompere questa continuità. Perché?
Secondo l’attuale giunta sarebbe la legge europea a volerlo perché stabilisce una cifra oltre la quale non è possibile affidare servizi sempre alla stessa cooperativa in affido diretto.
Ma allora la giunta precedente che per anni li ha assegnati alle medesime cooperative era fuori legge?
E la Corte dei Conti che ha il compito di monitorare i bilanci delle amministrazioni pubbliche non si è mai accorta di niente? E come si regolano le amministrazioni che in Italia stipulano convenzioni con la cooperative di tipo “B” rispettando il principio della continuità voluto dalla 381?
Evidentemente sia la giunta precedente che altre amministrazioni, hanno individuato il percorso giuridico e amministrativo da applicare per rispettare sia i principi della 381 che le leggi della concorrenza. Un percorso che, in verità, anche la giunta Cimitile sembrava avere individuato: salvo poi contraddirsi cambiando strada.
L’8 agosto 2009, infatti, il Mosaico e tutte le altre cooperative hanno ricevuto una lettera da parte dell’amministrazione provinciale che annunciava che il loro incarico annuale a fine anno non sarebbe stato rinnovato perché si ravvisava la necessità di rimettere i servizi in gara. Ma perché poi non l’ha fatto?
Dice, infatti, l’articolo 5 della legge 381 che gli Enti pubblici “possono” operare anche in deroga alla disciplina in materia di contratti della Pubblica amministrazione, ricorrendo all’affido diretto anziché a regolare gara d’appalto, ma non dice “debbono”.
Il che significa che se la cifra da assegnare era più alta del tetto consentito dalla normativa europea per l’affido diretto, perché la Provincia non ha proseguito sulla strada individuata della gara d’appalto?
Una strada che una volta identificati i criteri e il punteggio della selezione in base ai titoli e alle esperienze maturate, avrebbe garantito di operare nell’interesse pubblico e nel rispetto dei principi della “par condicio” e della concorrenza. E in base a questi titoli, una cooperativa come il Mosaico non avrebbe potuto perdere l’appalto: perché oltre ad avere la maggiore esperienza, è l’unica cooperativa sociale di tipo “B” dotata anche di specifica certificazione di qualità ISO 9001 relativa all’inserimento lavorativo dei soggetti svantaggiati.
Sta di fatto che dall’8 agosto a metà dicembre i lavoratori delle cooperative sono rimasti con il fiato sospeso, in attesa di sapere come sarebbe andata a finire. Poi tutto si è svolto in fretta negli ultimi 15 giorni prima di Capodanno: in gran fretta, come si legge nella delibera della giunta provinciale datata 19 dicembre in cui si sottolinea “l’urgenza di procedere all’affidamento dei servizi entro il 31/12/2009 al fine di garantire la continuità dei servizi”. Che verranno affidati, dunque, a trattativa privata ma senza che si riesca a comprendere quali siano i requisiti tecnici e riabilitativi che giustificano il subentro delle nuove alle vecchie cooperative, né i criteri che giustificano lo “spacchettamento” dei servizi.
Il 14 dicembre, infatti, la Provincia emette un avviso pubblico per “manifestazione di interesse da parte di cooperative sociali di tipo “B” ai sensi dell’art. 5 della legge 381/91” come dallo specchietto che segue.
Dallo specchietto emerge innanzitutto che la cifra globale inizialmente destinata alle cooperative di tipo “B” di euro 230.000, al momento dell’assegnazione verrà ulteriormente decurtata di 70.000 euro passate direttamente all’agenzia provinciale ASEA.
Si legge, poi, che le cooperative interessate devono presentare “… dettagliato curriculum sulle attività fin qui svolte e inerenti le categorie dei servizi sopraelencati”. Ma i curriculum sono stati letti e valutati con il metro di giudizio individuato dalla legge 381/91 utilizzata per affidare i servizi alle cooperative di tipo “B”: cioè, considerando innanzitutto il ruolo riabilitativo e terapeutico del lavoro svolto?
E infine si legge che “nei casi di passaggio di gestione dovranno essere applicate le misure previste dal CCNL relativo alle cooperative sociali (art. 37)…” Ciò significa che il contratto nazionale collettivo che disciplina le cooperative di tipo “B” obbliga a fare ai lavoratori contratti a tempo indeterminato (art. 37) per favorire il reinserimento lavorativo dando stabilità. Ma in questo caso non sembra che la clausola sia stata utile per garantire il rispetto dei livelli occupazionali e quello dei contratti a tempo indeterminato. Non ci risulta, infatti, che siano stati riutilizzati tutti i lavoratori che prima facevano parte delle cooperative di tipo “B”. Quanto al rispetto dell’art. 37, questo vale solo per il passaggio di lavoratori tra due cooperative di tipo “B”: non è vincolante, dunque, per le due agenzie della provincia come l’ART SANNIO e l’ASEA. La prima, infatti, ha gran parte dei dipendenti regolati da contratti CO.CO.CO, e la seconda per ora ha fatto agli ex lavoratori del Mosaico, contratti a 3 mesi.
Come possono, dunque, alcuni sindacati esprimere “soddisfazione per la risoluzione della vicenda” se prima tutti i lavoratori del “Mosaico” potevano contare su un regolare contratto a tempo indeterminato, mentre oggi parte di loro sono stati mandati a casa e altri assunti con contratti più penalizzanti dei precedenti?
Quanto alle nuove cooperative “B”: la Provincia controllerà che le regole della 381 sui contratti a tempo indeterminato vengano rispettate come le ha sempre rispettate il Mosaico ?
CONCLUSIONE :
cooperazione o sfruttamento?
Se abbiamo sollevato questi interrogativi è perché vorremmo dalla Provincia risposte esaurienti: e, nel caso in cui dovesse accorgersi di avere commesso errori di valutazione o di percorso, sia disposta a rimediare e a dialogare.
Perché si sa: errare è umano… Ma perseverare nel sottovalutare il valore del terzo settore è anacronistico come curare l’ipertensione con le sanguisughe. In quasi tutte le regioni italiane, infatti, si è compresa l’importanza della cooperazione sociale anche per i risparmi sulla spesa pubblica che consente di realizzare e ci si è mossi di conseguenza: valorizzando il settore; regolamentandolo con leggi ad hoc che destinano percentuali fisse di bilancio alla cooperazione; stabilendo una volta per tutte quali servizi assegnargli; facendo passare i fondi per un unico assessorato: quello alle politiche sociali.
La Regione Campania, invece, è una delle poche in Italia rimasta senza regolamentazione, per cui i fondi vengono elargiti con criteri mutevoli dagli assessorati alle Attività Produttive, al Patrimonio, ai Lavori Pubblici, e così via. Il che spesso agevola comportamenti ambigui e clientelari. Perché la mancanza di una precisa strategia politica e di regole per salvaguardare e valorizzare le cooperative sociali, da un lato non impedisce di trattare le cooperative “B” come imprese normali, trascurando le problematiche degli utenti; dall’altro, può favorire il clientelismo. Per cui capita che il mondo della cooperazione venga sfruttato per raccogliere voti e le cooperative trasformate in scatole vuote dentro le quali passano di volta in volta appalti e lavoratori suggeriti dai politici. Cooperative “B” a questo punto come “bastarde” perché sfruttano i lavoratori non rispettando i contratti, non pagandoli, o travestendoli da “volontari” per pagarli a nero, con la complicità di chi avalla lo sfruttamento evitando i controlli.
Ecco perché chiediamo al presidente Cimitile non solo una risposta agli interrogativi sollevati, ma anche che questa incresciosa vicenda possa servire a voltare pagina, a creare nuove regole, a far capire che il patto cooperativo si basa sul rispetto del lavoratore: sennò non è cooperazione.
STORIA 3 ) - 8 gennaio 2010
.TORIA
Com’è finita la storia di Luca
Peppino, Sara, Francesca
e quella di Giovanni
lo psicologo – giardiniere?
Se ne parlerà nella conferenza stampa di lunedì 11 gennaio alle ore 11 ( palazzo del Volontariato in viale Mellusi)
Per ora ecco le risposte dei protagonisti che avevano lanciato il loro SoS da questo blog …
“So che sarebbe stato un diritto negato, ma io riesco a dire solo GRAZIE. Grazie a chi ha saputo usare parole chiare e professionali per il mio dolore. Grazie ai commissari che hanno riconfermato l’incarico alla mia dottoressa. Grazie a chi ha pubblicato le mie angosce e ha dato visibilità e dignità ad un dolore che mi tenevo dentro. Grazie a tutti quelli che sapranno utilizzare e sostenere il Blog e La Rete Sociale. Grazie infine alla dottoressa Lionetti che subito ci ha rassicurati sul prosieguo degli incontri. Grazie!
firmato: Peppino, Sara, Luca e Francesca
… ed ecco il commento della psicologa “salvata”:
“Ho aspettato un po’ di tempo prima di esprimere i miei sentimenti nei confronti di chi si è esposto raccontando la sua vicenda, manifestando indirettamente la sua gratitudine per il mio lavoro, e di chi, con competenza e partecipazione, ha raccolto tale esperienza e ne ha fatto un… caso. Posso dire solo grazie per la stima, oltretutto pubblica, che mi è stata resa da Peppino, Sara, Luca e Francesca: fino a Giugno continueremo insieme il nostro percorso di crescita… poi si vedrà, sperando sin da adesso di poter beneficiare sempre della competenza e sensibilità mostratami dagli attuali commissari tecnici nel risolvere positivamente la questione contrattuale”.
Firmato: dottoressa Mara Lionetti
Insomma, ve l’avevamo detto che i commissari – essendo mossi da motivazioni squisitamente tecniche – forse avrebbero potuto rispondere alla richiesta di Peppino, Sara, Luca e Francesca lanciata attraverso queste “storie di ordinaria follia”: cioè, rinnovare il contratto alla psicologa Mara Lionetti che “miracolosamente” stava recuperando quel paziente di appena 8 anni.
nella foto, da sinistra, i tre commissari della Asl di Benevento:
Antonio Marchiello, Massimo La Catena, Tiziana Spinosa
Ma avevamo anche detto che le “ragioni” della politica lasciavano poche speranze a Giovanni lo psicologo-giardiniere – protagonista di un’ altra “storia di ordinaria follia”- perché il futuro suo e di molti come lui era legato soprattutto a questo genere di “valutazioni”. E purtroppo ci abbiamo azzeccato. Ma la sua storia – almeno per noi – non può finire così: cioè, senza sapere neanche perché si è voluto sbriciolare la cooperativa nella quale Giovanni, entrato da “malato”, era riuscito a diventare “amministratore”.
Ecco perché il nostro prossimo passo sarà la conferenza stampa di LUNEDI’ 11 GENNAIO alle ore 11,00 (presso il palazzo del Volontariato in viale Mellusi) così motivata nel comunicato inviato alla stampa per annunciarla:
“Uno degli obiettivi della “Rete sociale” – l’Associazione di familiari e amici dei sofferenti psichici – è combattere il silenzio e il disinteresse su temi sociali di interesse collettivo promuovendone il dibattito. E il blog di cui ci siamo dotati è uno degli strumenti per operare in questa direzione.
Attraverso le “storie di ordinaria follia” raccontate sul nostro blog, per esempio, speravamo di avere contribuito a far capire che cosa significa privare uno “svantaggiato psichico” del lavoro conquistato in una cooperativa sociale: un lavoro che non è solo un “contentino” economico e assistenziale, ma uno strumento riabilitativo e terapeutico vitale, un pezzo di vita costruito insieme agli altri soci della cooperativa dei quali non può essere privato senza sofferenza e senza rischiare ricadute che, ripetute nel tempo, cronicizzano la malattia.
Ma evidentemente il nostro contributo non è stato sufficiente.
Perché fra Natale e Capodanno, al gruppetto di cooperative sociali – che sotto l’ombrello della precedente amministrazione provinciale aveva realizzato bei progetti di inserimento lavorativo di persone svantaggiate – è stato revocato il contratto dalla nuova giunta presieduta da Aniello Cimitile. Non solo: le cooperative sono state letteralmente smembrate e depauperate delle professionalità acquisite negli anni, perché obbligate a privarsi di gran parte dei loro soci e lavoratori – disabili e non – per prenderne altri, sconosciuti, di nuove cooperative subentrate. Il tutto con scarsa trasparenza sui metodi, sugli obiettivi e sulle regole contrattuali.
Un provvedimento, dunque, che solleva una serie di interrogativi sui quali i nostri soci hanno aperto un teso dibattito: anche perché il provvedimento sta già manifestando i suoi effetti negativi sulla salute di alcuni utenti della salute mentale. Non a caso alla conferenza stampa parteciperà il Direttore del Dipartimento di Salute Mentale, dr. Lucio Luciano, lo psichiatra del DSM e sindaco di Colle Sannita Giorgio Nista, insieme al personale medico e paramedico del DSM che ha svolto l’attività di reinserimento lavorativo a fini terapeutici con cooperative sociali come “Il Mosaico”, finita fra quelle “cestinate”.
Nel corso della conferenza stampa, quindi, verranno analizzati gli interrogativi che pesano sul provvedimento – formalmente preso all’unanimità, ma che in realtà aveva già sollevato forti perplessità – per evidenziare alcune problematiche della questione forse sfuggite al presidente Cimitile, affinché si possa ottenere un duplice risultato: trovare – magari con il contributo dei rappresentanti degli utenti – soluzioni adeguate e creare i presupposti affinché, alla prossima scadenza delle convenzioni, non si ripeta una situazione del genere”.
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STORIA 2 ) - 24 dicembre 2009
Storia di Peppino, Sara, Luca
Francesca … e di promesse
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politiche mancate
“Sentirne parlare e poi aprire questo blog è stata una sorpresa meravigliosa: volti sorridenti, “normali tra la gente”, persone che manifestano un disagio, una speranza, la voglia di dire la loro! Anch’io voglio farmi ascoltare visto che non sono ancora pronto a farmi vedere. Io, mia moglie e mio figlio abbiamo intrapreso un percorso psicologico a Vitulano presso il consultorio con la dottoressa Mara Lionetti. Percorso duro, faticoso e sofferto, ma che inizia a dare risultati: mio figlio, otto anni, non fa più la pipì a letto, mangia con le posate, inizia a giocare con gli altri bimbi eccetera; uno spiraglio di luce!
Ma l’altro ieri la Dottoressa mi comunica che non può garantirmi il prosieguo del percorso, suo malgrado, per problemi legati al rinnovo del contratto che scade a fine Dicembre 2009. E io e mia moglie e mio figlio e l’altra bambina piccola?
Ora che si vedevano dei risultati, ora che avevamo trovato la fiducia e la speranza, che ne sarà di noi? Mi si potrà dire: ci sono altri professionisti! Provvederemo! Non vi preoccupate! Ma io so bene e non lo auguro a nessuno cosa significa fare aprire un cuore, parlare della propria intimità, non sentirsi giudicati ma ascoltati, capiti e guidati. E questo deve finire perchè forse non
ci sono soldi o per altri motivi che non conosco e non voglio conoscere. So solo che NON E’ GIUSTO. AIUTATECI!!”
firmato Peppino, Sara, Luca e Francesca.
Noi vorremmo aiutarvi, ma non possiamo. Chi potrebbe e dovrebbe, invece, non lo fa: per ignoranza, per indifferenza, per cinismo, per rispondere alla logica del clientelismo? Chissà. Forse un po’ per tutte queste cose insieme. Ma sicuramente sono troppi i politici e gli amministratori pubblici che non capiscono – o non vogliono capire – che chi soffre di disagio mentale può rimanere traumatizzato per sempre dalla perdita del proprio punto di riferimento terapeutico;
che già è difficile investire in una relazione del genere – spesso appesa a un filo - senza che altri decidano di spezzarlo;
che la delusione provocata dalla perdita renderà ancora più difficile, se non impossibile, ricominciare daccapo;
che per dare un’idea della sofferenza provocata da un simile distacco, basti dire che uno psicologo, solo per l’interruzione dovuta alle ferie natalizie, deve cominciare un mese prima a preparare psicologicamente il proprio paziente – “vedrai, mi assenterò ma per poco…poi ci rivedremo di nuovo… stai tranquillo … - affinchè la separazione diventi più tollerabile;
che addirittura per i casi gravi l’abbandono anche momentaneo è impensabile, tant’è vero che ci sono psicologi che solo per uno o due pazienti debbono tornare in servizio.
Ciononostante non si capisce – o non si vuole capire - che una “relazione terapeutica” è una “relazione” a tutti gli effetti, con gli aspetti anche affettivi che comporta: e, quindi, non è intercambiabile come un oggetto di consumo, come un paio di scarpe, un’automobile o un frigorifero. Insomma, chi penserebbe che una madre o un fratello valgono un altro e possono essere sostituiti senza problemi? Nessuno. Per lo stesso motivo, come si può dire a un sofferente psichico che ha messo i suoi pensieri più intimi, le sue angosce per il presente e le sue paure per il futuro nelle mani di una persona cui lo lega un rapporto di affetto e di fiducia, che uno psicologo vale l’altro?
Ma questo interrogativo rimanda ad un altro: perché alla psicologa non viene rinnovato il contratto?
In questo caso la domanda va fatta ai commissari da poco arrivati a dirigere la Asl ai quali si può solo suggerire – se il problema è la mancanza di soldi – dove andare a recuperare qualche euro per pagare qualche stipendio in più. Per esempio, analizzando nei report economici la voce “consumi” risulta che a Bucciano il costo dell’energia elettrica è esageratamente alto: euro 50.000. E così quello dell’acqua: stessa cifra, euro 50.000, ma in proporzione ancora più smisurata trattandosi di consumi idrici, perché è paragonabile al consumo di un albergo con 200 camere in funzione per 365 giorni l’anno. Stesse perplessità sollevano i costi della mensa del DSM se rapportati ai costi per i ricoveri nelle cliniche private: il costo dei ricoveri, infatti, da un anno all’altro aumenta o diminuisce perfino del 400 o del 600% – mentre quelli della mensa rimangono sostanzialmente invariati oppure oscillano di un 10%, come emerge in maniera emblematica dal report economico riguardante l’Unità operativa di Morcone-San Bartolomeo.
Costi dovuti forse a sprechi o disfunzioni che si potrebbero evitare, ma che nell’analisi delle varie voci del budget fanno serpeggiare la domanda: ma è mai esistito nella Asl un vero controllo di gestione? Dai dati non sembrerebbe. La speranza è che i commissari – essendo dei tecnici – riescano a porvi rimedio: risolvendo magari anche la situazione disperata di Peppino, Sara, Luca e Francesca e dei tanti pazienti legati alla psicologa che si vuole mandare via.
Chi, invece, ha poche speranze, è chi dipende dalla politica: e in questo caso, dall’amministrazione provinciale di Benevento.
Come Giovanni Repola, lo “psicologo-giardiniere” del quale abbiamo raccontato già la storia (riportata qui di seguito). Perché il suo destino è legato a decisioni squisitamente politiche che in questo caso fanno capo alla Provincia: alle cooperative come quella cui appartiene Giovanni, infatti, si è deciso con una delibera di giunta approvata il 22 dicembre scorso di non rinnovare più il contratto. Ma non per mancanza di fondi: al loro posto, infatti, subentreranno altre cooperative. Con quale motivazione? Siamo curiosi di saperlo. Per ora si può solo dire che “cooperativa perde, cooperativa vince”. Come nel gioco delle tre carte. Come nel cambio della guardia. E anche qui si sprecano le rassicurazioni: “non vi preoccupate, i sofferenti psichici saranno tutelati… lavoreranno lo stesso anche con le nuove cooperative… tanto, una cooperativa vale l’altra”.
Anche se tutti sanno che non è vero. Che anche in questo caso, vale lo stesso discorso “relazionale” fatto per la psicologa che ha preso in carico il nucleo familiare di Peppino, Sara, Luca e Francesca: cioè, che chi ha trovato nel lavoro lo strumento per combattere la malattia non è un lavoratore come gli altri. E’ innanzitutto un lavoratore che deve operare in un contesto specifico, con persone il cui ruolo non è quello di “datore di lavoro” ma essenzialmente di “terapeuta attraverso il lavoro”: questo, infatti, è il motivo per cui le cooperative cui appartiene Giovanni Repola si chiamano di “tipo B” o cooperative sociali. Questo è il motivo per cui i responsabili della cooperativa cui appartiene Giovanni hanno sempre operato sotto le direttive del Dipartimento di Salute Mentale, e con successo come dimostrano i risultati. Questo è il motivo, dunque, per cui una cooperativa non vale l’altra, ma vale più dell’altra. O, in certi casi, meno dell’altra: come una delle cooperative che, vinto l’appalto per le pulizie presso il Centro di Salute Mentale, pagava i sofferenti psichici a singhiozzo, anche con 5 o 6 mesi di ritardo, fino a che è stata sostituita. Ma il danno che ha creato nel frattempo, la mancanza di un valido rapporto terapeutico oltre che lavorativo, chi lo ha pagato?
Una cooperativa, dunque, non vale un’altra anche perché i lavoratori che hanno avuto un danno psichico non sono “dipendenti” come altri. Sono persone da proteggere, da rassicurare, con le quali il “datore di lavoro” deve essere innanzitutto in grado di creare un “feeling terapeutico”: e quando ci riesce dimostrandosi capace di trasmettergli questa carica affettiva, per il sofferente psichico il suo “datore di lavoro” diventa più di un amico. Diventa un pezzo di vita vissuta insieme.
Un pezzo di vita che il giro di giostra alla Provincia ha deciso di cancellare, senza che se ne comprendano le ragioni, in nome di una “riorganizzazione” che rischia di gettare nel caos realtà che funzionavano bene. E ciò nonostante l’impegno preso pubblicamente dal presidente Cimitile con Giovanni Repola, e nonostante gli impegni precisi a “non toccare gli attuali livelli occupazionali” rinnovati martedì scorso in un acceso confronto alla Provincia nel corso del quale l’assessore Carlo Falato ha minacciato di dare le dimissioni se tale “riorganizzazione” non fosse rientrata.
Così le promesse fatte apertamente, forse non verranno mantenute: ma in tutta segretezza, perché nulla di questa vicenda è trapelato sui giornali. Forse per non rovinare il Natale con la notizia che a Giovanni e ad altri come lui l’amministrazione provinciale sta riservando un bel regalo di disoccupazione e angosciante incertezza per un infelice 2010.
STORIA 1) - 2 dicembre 2009
Storia di Giovanni,
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lo psicologo giardiniere
Ovvero, quiz per i cosiddetti “normali”:
se un malato mentale costa 800 euro al mese, sta bene e fornisce anche servizi alla collettività;
e un altro costa 4.000 euro al mese, sta male, ed è solo un peso per la collettività;
secondo voi quale soluzione adotteranno le nostre amministrazioni pubbliche?
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Aspetto signorile, fare garbato da gentleman di altri tempi, Giovanni Repola, 54 anni, psicologo per vocazione e giardiniere per necessità viene da una famiglia beneventana modesta ma di tutto rispetto: papà muratore, mamma per 22 anni operaia all’azienda Alberti, una sorella maggiore che fa la maestra. Ma ecco con le parole dello stesso Giovanni – riportate senza cambiare un sostantivo, né un aggettivo – come la tragedia si è abbattuta per la prima volta nella casa dell’infanzia vicino all’Arco di Traiano.
“Avevo 3 anni quando morì Rita: era la mia sorellina ed aveva appena un anno e mezzo. Secondo i medici la morte di Rita è stata una delle cause della mia malattia mentale venuta fuori quando ero grande. Per oltre un mese dopo la sua morte, infatti, mi sono aggirato per casa ripetendo ossessivamente “Dov’è Rita? Dov’è Rita?”. Al punto che i miei genitori dovettero far sparire tutti i suoi giocattoli dalla mia camera e ogni cosa che potesse ricordarmela per aiutarmi a dimenticare. La mia mente tentò di rimarginare la ferita, ma la cicatrice più evidente fino all’età di 8 anni fu che divenni balbuziente. Poi con l’età il trauma sembrò superato: infatti, mi diplomai in Ragioneria e mi iscrissi a Psicologia”.
- Scegliere Psicologia è stato solo un caso?
“No, fu un tentativo per risolvere problematiche che sentivo latenti in me perché ero già cosciente che qualcosa non andava nella mia personalità. Avevo, infatti, dei disturbi psicosomatici come una gastrite nervosa. Facevo spesso brutti sogni pieni di incubi, avevo difficoltà a relazionarmi con gli altri, specie se erano donne. O più esattamente: se erano ragazze normali le difficoltà aumentavano ma se avevano anche loro qualche disagio o patologia il rapporto era più facile…”
- Forse perché è più semplice stabilire un dialogo fra gente che soffre…
“Forse… Sta di fatto che sono riuscito a fare 10 esami con la media del 27. Nel frattempo, morto papà, per arrotondare ho fatto per 10 anni il doposcuola ai bambini ai quali ero molto affezionato e che mi ricambiavano con altrettanto affetto, soprattutto quelli che avevano delle difficoltà. Ma anche la morte di papà ebbe delle conseguenze: per il dolore cominciai a bere e a 30 anni divenni alcoolista”.
- Ma eri solo, non avevi amici?
“Avevo un carattere fragile, ma non ho mai vissuto isolato perché ero abbastanza socievole. Tant’è vero che anche quando mi ubriacavo lo facevo con un amico perché era un modo per cercare una relazione anche se nell’alcool, oltre che un modo per condividere con qualcun altro delle difficoltà. Per due anni la bottiglia è stata la mia migliore compagna. Poi a 33 anni cominciarono i deliri”.
- Che genere di deliri?
“Fantasticavo cose assurde. Pensavo che televisioni e giornali parlassero male di me. A volte leggendo titoli come “Napoli il mondo ti guarda” oppure “E’nata una nuova stella” pensavo di essere io quello che era nato, come una sorta di Cristo, per salvare il mondo. Mentre i bambini del doposcuola diminuivano io pensavo che i loro compiti erano messaggi diretti a me dai professori. Mi creai, insomma, un codice delirante per cui uno straccio giallo steso a un balcone indicava odio nei mie confronti, uno rosso indicava amore, la targa di un’auto con il numero 22 era un’offesa perchè voleva dire “tu sei pazzo” , il numero 6 che ero scemo, e così via. In questo periodo mi innamorai anche di una ragazza ed ho sofferto le pene dell’inferno perché ero convinto che c’erano persone che mi impedivano di avvicinarla minacciandomi di morte se lo avessi fatto”.
- Ma riuscivi a distinguere la tua realtà immaginaria da quella reale?
“No, perché proprio questa è la caratteristica del delirio, al quale si aggiunsero anche delle allucinazioni corporee: cioè sentivo il corpo pieno di occhi, di bocche, di seni, di serpenti. Ed ero terrorizzato da questi seni che uscivano dal mio corpo e si trasformavano in bocche persecutorie che mi attaccavano. Inoltre fumavo 40 o 50 sigarette al giorno e passavo le notti in bianco anche se il mio organismo si adattò alla situazione e non sentivo la stanchezza”.
- In questa situazione di delirio sempre più devastante, qual era il rapporto con il mondo esterno?
“Di notte saltavo nel cimitero convinto di fare così una terapia di gruppo predisposta da specialisti di livello mondiale che mi mettevano alla prova: prova consistente, appunto, nell’entrare in cimitero. Per strada gridavo e fermavo gli autobus: insomma nell’88, dopo avere delirato per un intero anno, ero ormai lo zimbello di tutta la città”.
- E la gente come reagiva?
“C’era chi mi sputava addosso, chi mi insultava, chi si scostava perché un pazzo fa ribrezzo. Le uniche persone che si avvicinavano a me con una certa umanità sforzandosi di capire che cosa mi stesse succedendo erano delinquenti passati per il carcere: ancora oggi non so spiegarmi come mai solo loro”.
- Ma nessun medico ti ha avvicinato o spontaneamente ti ha aiutato?
“No e me ne rammarico. Solo verso l’89 mia cugina venne a casa e poiché era una dottoressa del Centro di Salute Mentale mi convinse ad andare al CSM e ad iniziare una terapia con uno specialista di orientamento psicanalitico. Così dopo un mese di sedute ricordo che stavo in macchina al ritorno da una passeggiata in campagna, come per un black out, scomparvero di botto tutti i deliri: ma contemporaneamente caddi in una crisi depressiva spaventosa. Non riuscivo neanche ad alzarmi dal letto per andare al bagno, non mi alimentavo quasi più, provavo un dolore indicibile dovuto all’improvvisa consapevolezza di come avevo vissuto per un anno da “matto”. Fu uno shock : “mamma mia, che cosa ho fatto?” mi ripetevo. E questa mia prima depressione è durata circa un anno e mezzo”.
- Lo psicoterapeuta che ti seguiva al CSM che provvedimenti prese?
“Cercò di aiutarmi con dei farmaci, ma non riuscì a trovare la terapia adatta a me. Così pur continuando la psicoterapia, nel ‘91 mi avvicinai a un altro tipo di esperienza: quella portata avanti dal dottore Franco Veltro, beneventano, oggi direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Campobasso ma dal ’90 al ’99 al Centro di Salute Mentale di Benevento. Veltro aveva creato un gruppo di mutuo auto-aiuto che seguiva personalmente: si tratta di un gruppo formato da pazienti che possedendo ancora un residuo contatto con la realtà, si mettono insieme e cercano di aiutarsi raccontando l’uno all’altro la propria esperienza: come per esempio un delirio a sfondo mistico. E sapere di avere esperienze comuni dà la consapevolezza di non essere l’unico con quel genere di malattia. Allora il dottore Veltro suggerì al gruppo la possibilità di creare una cooperativa sociale per entrare nel mondo del lavoro tramite la legge nazionale 381 nata proprio con questo scopo. Così, appoggiandoci ad una cooperativa di persone svantaggiate di Polla nel Salernitano, realizzammo i primi lavoretti: composizioni di fiori secchi che vendevamo durante le sagre religiose. Un’attività allo stesso tempo lavorativa e riabilitativa che consentì al gruppo di compattarsi, di acquisire una propria identità e autonomia”.
- E i deliri?
“Purtroppo ne ebbi nuovamente sottoforma di mania di grandezza, proprio in quel periodo perché mi innamorai di una ragazza. E per me l’unico modo per realizzare nella realtà questo sogno d’amore era sentirmi grande: un grande poeta, un grande terapista e così via. Ebbi altre 3 crisi fra il ’92 e il ’93 ma sempre meno gravi, sempre meno destabilizzanti: il delirio durava sempre di meno e la fase depressiva che seguiva era sempre meno dolorosa. Così nel ’93 abbandonai il supporto psicoterapeutico per seguire solo l’impostazione terapeutica di Veltro”.
- Che differenza c’è tra le due terapie?
“Quella che facevo con lo psicoterapeuta era una terapia più psicoanalitica, dal tipico approccio freudiano, consistente nello scavare nei meandri dell’inconscio per portare alla luce esperienze recondite dell’infanzia. Quella di Veltro aveva un approccio opposto: era una terapia cognitiva basata molto sulla ragione, sullo scambio di esperienze, sul dialogo per distogliere l’attenzione del malato dalla propria malattia facendolo concentrare su attività concrete, pratiche. Insomma, mentre l’autoanalisi fatta fino ad allora mi spingeva a concentrarmi sui contenuti mentali per superare, attraverso l’analisi di tali contenuti, le fasi critiche, la terapia cognitiva non si fossilizzava sulle esperienze passate. In ogni caso, senza sminuire il lavoro fatto fino a quel momento con lo psicoterapeuta, all’improvviso sentii l’esigenza di un nuovo approccio, di una nuova strada, perché capii che l’indagine psicanalitica non mi avrebbe dato più beneficio in quanto era diventata ormai un esasperante rimuginio sul mio passato. Con la nuova terapia cominciai a non pensare più in negativo ma in positivo, a nutrire la speranza di farcela puntando anche sul lavoro”.
- E com’è avvenuto il primo approccio con il mondo del lavoro?
“Come avviene al Sud: sempre attraverso la politica che lo stesso dottore Veltro tentò di sensibilizzare realizzando una “giornata del verde” nella quale risistemammo i campetti intorno all’INPS per dimostrare che noi matti eravamo anche capaci di lavorare. Il risultato fu una promessa: quella di affidarci la cura del verde della città… che, poi non so perché non fu mantenuta. Era il ’94: ma il primo appalto lo avemmo nel ’96 appoggiandoci ad una cooperativa di Polla: si trattava della pulizia del palazzo di 6 piani in via dei Mulini dov’e il Dipartimento di Salute Mentale e altri uffici. Un grosso lavoro, dunque, che facevamo sempre seguiti dal dottore Veltro che da un lato ci aiutava a superare le difficoltà di chi deve fornire un servizio pur avendo problemi mentali da fronteggiare; dall’altro, all’esterno, di fronte a qualche nostra manchevolezza, interveniva per far capire qual era il senso sociale di quel lavoro”.
- Ma arriviamo alla svolta: quando c’è stata?
“Grazie a due eventi importanti: nel ’97 il dottore Veltro mi aprì la mente perché con altri tre pazienti e un operatore della cooperativa, andammo da un notaio e fondammo “La clessidra”: un’associazione che era il risultato di un lungo processo di maturazione, nata per tutelare i diritti dei sofferenti psichici, per lottare contro lo stigma sociale, per stimolare i pazienti a raccontare la propria esperienza senza provare vergogna, per far crescere l’autostima senza aspettare che siano sempre gli altri a fare il primo passo per aiutarti, per spiegare che questa malattia non è così misteriosa e che le proprie esperienze vanno raccontate per dare un senso al proprio vissuto psicotico diventando protagonista della propria vita”.
- Un bell’impegno!
“Sì, soprattutto se si considera che accanto a questo impegno ideale c’era quello materiale che era appunto il secondo evento verificatosi all’inizio del ’98: in cooperativa ottenemmo infatti, l’appalto delle pulizie e della lavanderia della SIR di Arpaise, la struttura che ospita ex malati manicomiali nella quale, come volontari, facevamo anche da assistenti agli infermieri. E non vorrei sembrare monotono nel ripeterlo: sempre con il supporto del dottor Veltro. Ma questo è un dato essenziale: perché senza un valido punto di riferimento nel Dipartimento di Salute Mentale in grado di intervenire e risolvere qualunque cosa succeda, queste esperienze non si possono realizzare. Non bisogna dimenticare, infatti, che per una cooperativa di malati mentali il lavoro fa parte della terapia, è una forma di riabilitazione, e gli squilibri che possono verificarsi nel lavoro debbono essere riequilibrati non solo dal datore di lavoro ma anche da chi conduce il progetto terapeutico. Nel mio caso, per esempio, l’impatto con la struttura di Arpaise fu un trauma sconvolgente, inimmaginabile…”
- Perché fu tanto sconvolgente?
“Perché ad Arpaise venendo per la prima volta a contatto con malati di mente che avevano 40 anni di manicomio sulle spalle e sentendo le loro esperienze, mi resi conto che le dinamiche della mia malattia erano molto più gravi di quelle di quei pazienti: eppure loro stavano ancora dentro mentre io stavo fuori. E lì mi resi conto di quanto ero stato fortunato nel nascere in un periodo storico in cui gli psicofarmaci e un approccio terapeutico diverso permettono anche ai pazienti con gravi patologie come la mia di non condividere un destino così amaro come quello toccato a quelli di Arpaise; e quanto sono stato fortunato nel trovare medici capaci di guarirmi da una psicosi importante la cui è cominciata a 41 anni, quando la medicina ufficiale dice che c’è poco da fare. Ma proprio il rendermi conto della fortuna che avevo avuto a non nascere 20 anni prima – quando mi avrebbero chiuso in manicomio buttando via le chiavi – fu un’esperienza così forte e intensa che ebbi una crisi delirante : l’ultima, quella del ’99, durata solo 2 giorni e risolta su spinta di Veltro tornando al lavoro”.
- Dopo l’ultimo delirio, però, finalmente la tua vita è cambiata: ma come?
“Allora c’erano le elezioni per il nuovo presidente alla provincia di Benevento ed io come presidente della Clessidra, partecipai ad una trasmissione televisiva con i due candidati, Nardone e Mazzone, durate la quale misi in luce le nostre prblematiche. E Carmine Nardone promise che se fosse stato eletto ci avrebbe concesso l’appalto per il verde e i giardini della Rocca dei Rettori e del Museo del Sannio : fortunatamente fu eletto e mantenne la promessa. Con mio grande stupore perché le promesse dei precedenti politici non avevano mai avuto un esito positivo. E così iniziò la mia vera riabilitazione: perché a poco a poco, avendo finalmente la certezza di un lavoro, affittai una stanza, andai a vivere da solo, acquisii una maggiore indipendenza e lentamente la malattia divenne sempre meno invasiva al punto che oggi riesco anche ad occuparmi di mia madre 95enne insieme a mia sorella e mio cognato. E Nardone nei suoi 10 anni di mandato non solo ha mantenuto fede alla parola data, ma ci ha affidato anche la custodia della biblioteca provinciale. Inoltre, con mia grande meraviglia, è riuscito a rassicurare quelli che avevano paura di perdere il lavoro dimostrandosi capace di comprendere le dinamiche complesse delle nostre malattie mentali, trattandoci sempre con affetto e stima, non facendoci mai pesare che eravamo persone diverse. Anche se lo siamo … a volte in positivo: in quasi 12 anni ho fatto un solo giorno di assenza e ho lavorato anche più del previsto senza mai chiedere una lira di straordinario!”
- Forse perché per te quel lavoro è un bene talmente prezioso che non va sprecato…
“E’ così: perché in questi ultimi 12 anni non ho mai più avuto crisi deliranti, mi sono fatto nuovi amici e amiche, mi sono inserito nella società, la sicurezza e la stima in me stesso sono aumentate, mi sono riscritto all’università ricominciando a fare esami, ho imparato a gestire autonomamente la mia casa, come presidente della Clessidra ho partecipato a molti dibattiti pubblici e oggi il mio sogno è laurearmi con una tesi nella quale racconto la mia esperienza”.
- Un sogno minacciato, però, da una nube scura che rischia di mandare all’aria non solo la tua vita ma anche quella di coloro che hanno percorso con te in questi anni la stessa strada…”
“E’ vero: nel 2002 sono diventato presidente della cooperativa “Il Mosaico” – subentrata ad un’altra che non ci pagava – e da allora abbiamo lavorato sempre più proficuamente, facendo aumentare il numero dei sofferenti psichici impegnati. Questa cooperativa, infatti, è una delle poche che lavora a stretto contatto con i medici del Centro di Salute Mentale con i quali è riuscita a creare una fitta rete di aiuto sul territorio grazie alla capacità acquisita nel tempo di rapportarsi alle dinamiche della malattia mentale, e grazie soprattutto alla volontà di aiutare veramente i malati a reinserirsi. Perché attenzione: spesso dietro queste etichette si nascondono finte cooperative sociali che mirano solo a rastrellare soldi pubblici, che sfruttano i malati di mente solo per acquisire il lavoro ma che poi li mollano in un angolo a fare niente o li bistrattano fino a costringerli a rinunciare. I giovani che gestiscono la nostra cooperativa, invece, ultimamente, dato il periodo di crisi, hanno perfino rinunziato al guadagno personale pur di assicurarci lo stipendio…”
- E allora qual è il vero nucleo del problema?
“ Che in occasione del rinnovo dei vertici alla Provincia, fui invitato a raccontare la mia esperienza individuale e cooperativistica in un dibattito pubblico alla presenza del medico e consigliere provinciale Carlo Nista e del candidato alla presidenza della Provincia Aniello Cimitile che alla fine promise pubblicamente che avrebbe tenuto a cuore la nostra causa e le nostre problematiche rinnovando di anno in anno il mandato alla nostra cooperativa. Invece, abbiamo appena saputo che il 31 dicembre del 2009 questo non accadrà perché “Il Mosaico” in questi anni avrebbe superato il plafond di appalti consentito dalla legge. E che sarà di noi?”
La storia di Giovanni Repola si conclude per ora con questo interrogativo al quale “I lenzuoli bianchi” tenteranno di dare una risposta. Sia chiarendo le motivazioni tecniche per cui una cooperativa che ha lavorato bene e meglio di altre, anziché essere avvantaggiata dai meriti acquisiti, paradossalmente ne è penalizzata. Sia individuando le responsabilità, i rischi e le conseguenze che dovrà assumersi chi deciderà tra le due soluzioni. Tra la soluzione che con 800 euro di stipendio al mese consente a quelli come Repola di essere “curati” fornendo alla collettività servizi come la cura del verde pubblico: di fare, cioè, un’attività sia riabilitativa che lavorativa senza pesare sulla collettività. E la soluzione che rischia di essere adottata se Repola e quelli come lui – perdendo il lavoro “protetto” che finora “Il Mosaico” ha dimostrato di essere in grado di garantire (vedi Documentazione e video) – cadranno nuovamente in crisi: ovvero finire in una delle tante pseudo comunità terapeutiche che costano alla Regione Campania oltre 4.000 euro al mese per ogni paziente ricoverato, dove i malati di mente, spesso tenuti in una situazione semi-manicomiale, sono destinati a cronicizzarsi, contribuendo all’aumento vertiginoso della spesa sanitaria che, non a caso, ha condotto all’attuale commissariamento della Sanità campana.






