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	<title>I Lenzuoli bianchi di Benevento</title>
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	<description>Blog della “Rete sociale”     -     Associazione familiari sofferenti psichici</description>
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		<title>I Lenzuoli bianchi di Benevento</title>
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		<title></title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 12:21:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilenzuolibianchi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[     Giugno 2011                                             C’era una volta…                                            Storia della nascita di                           “Tutti pazzi per il teatro”                       raccontata da Serena Romano                                                                                                               PROLOGO    L’anno scorso, quando Maurizio Volpe mi parlò per la prima volta della sua idea di una rassegna di “teatro [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilenzuolibianchi.wordpress.com&amp;blog=10773714&amp;post=181&amp;subd=ilenzuolibianchi&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;"><a href="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/newhome11.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-222" title="newhome1" src="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/newhome11.jpg?w=450&#038;h=313" alt="" width="450" height="313" /></a></p>
<p><strong><em></em></strong> </p>
<p><strong><em></em></strong> </p>
<p><strong><em> Giugno 2011</em></strong></p>
<h1>                  </h1>
<h1>                 <span style="color:#dc143c;">        C’era una volta…</span></h1>
<h2>             </h2>
<h2>                          <span style="color:#008000;"> <strong>  Storia della nascita di </strong></span></h2>
<h2><strong><span style="color:#008000;">                          “Tutti pazzi per il teatro” </span></strong></h2>
<h2><strong><span style="color:#008000;">                      raccontata da Serena Romano</span></strong></h2>
<p>                              </p>
<div id="attachment_517" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-517" title="spettacolo &quot;Fragile&quot;" src="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/gabbia-cani-040.jpg?w=500&#038;h=375" alt="Un'immagine dello spettacolo &quot;Fragile&quot;" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Una scena dello straordinario spettacolo &quot;Fragile&quot; - realizzato da un gruppo di Livorno di attori &quot;diversamente abili&quot; - che quest&#039;anno ha inaugurato al Comunale di Benevento la 2° edizione della rassegna &quot;Tutti pazzi per il teatro&quot;</p></div>
<h2>                                    </h2>
<h2>                                        <span style="color:#0000ff;"> <strong> PROLOGO </strong></span></h2>
<h2> </h2>
<p style="text-align:justify;">L’anno scorso, quando Maurizio Volpe mi parlò per la prima volta della sua idea di una rassegna di “teatro della diversità”, l’iniziativa mi parve bella ma modesta: “Con il personale e i pazienti del centro di salute mentale di Puglianello e la regia di Antonello Sant’Agata, abbiamo messo in scena “Il medico dei pazzi” di Scarpetta – disse &#8211; E ora abbiamo chiesto ad altre compagnie “miste” di partecipare al nostro festival che si terrà dove sindaci o parroci dei paesi vicini ci daranno una sala per esibirci. Perché soldi per affittare un teatro non ce ne sono… abbiamo solo poche migliaia di euro e il sostegno di qualche sponsor. Tu che come giornalista conosci tanta gente, puoi darci una mano?” <br />
Così abbracciai la loro causa. E a chi mi chiese perché, risposi: “Perché sono convinta che è importante dimostrare come il palcoscenico può diventare la vetrina dalla quale far vedere ciò che per i malati e con i malati si può fare e che a Puglianello hanno fatto con quattro soldi ottenendo un grande risultato: cioè, costruire un palcoscenico dove il paziente diventa “attore” della propria vita e non “pedina” nelle mani di chi spesso lo sfrutta per alimentare il business della salute mentale”.</p>
<div id="attachment_521" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/2-foto-da-fragile1.jpg"><img class="size-full wp-image-521" title="2 - foto da Fragile" src="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/2-foto-da-fragile1.jpg?w=500&#038;h=375" alt="" width="500" height="375" /></a><p class="wp-caption-text">Ancora una scena dallo spettacolo &quot;Fragile&quot; realizzato dalla Compagnia teatrale Mayor Von Frinzius (ANFFAS Livorno) con la regia di Lamberto Giannini</p></div>
<p style="text-align:justify;">                          <br />
                                                     <strong><span style="color:#0000ff;">    ATTO  1°</span></strong> </p>
<p style="text-align:justify;">Da dove cominciare, dunque, per potenziare la macchina in corsa se non dalle ruote? Cioè, dal luogo degli spettacoli? “Altro che sala parrocchiale – dissi &#8211; Qua ci vuole un teatro a Benevento prestigioso come il Comunale”. <br />
“Ma chi ce lo può dare e a che prezzo?” si chiesero Volpe e la sua band. Allora, come i Blues Brothers in missione per conto di Dio, decidemmo di bussare alla porta del Comune. E la porta si aprì con l’aiuto non di un Arcangelo, ma di Michelangelo: quel Michelangelo Fetto che con Tonino Intorcia anima la Solot,  compagnia teatrale ma anche scuola di teatro, di cultura e di vita capace di portare l’emozione del palcoscenico anche nelle carceri. “Dovete sensibilizzare il sindaco o il vicesindaco affinché vi concedano il teatro gratis. Ma bisogna fare presto, perché a giugno è tutto prenotato per i saggi delle scuole… anzi, telefoniamo subito!”, ci suggerì Michelangelo in un pomeriggio di aprile al Mulino Pacifico dove eravamo andati ad incontrarlo. E il vicesindaco Del Vecchio, adeguatamente sensibilizzato da Michelangelo, concesse l&#8217;uso gratuito del Comunale.</p>
<div id="attachment_523" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/lo-cunto-della-gatta-cenerentola.jpg"><img class="size-full wp-image-523" title="Lo cunto della Gatta Cenerentola" src="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/lo-cunto-della-gatta-cenerentola.jpg?w=500&#038;h=375" alt="" width="500" height="375" /></a><p class="wp-caption-text">Una scena de &quot;Lo cunto della Gatta Cenerentola&quot; nella memorabile serata di sabato scorso, 18 giugno, quando all&#039;anfiteatro Romano è accaduto l&#039;inimmaginabile: il &quot;tutto esaurito&quot;</p></div>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;">                                                           <strong><span style="color:#0000ff;">  ATTO  2</span></strong>°</p>
<p style="text-align:justify;">Ora toccava fare il passo successivo: cioè, riuscire a riempire il Comunale. Anche il programma della rassegna, dunque, andava ritoccato. E per dare prestigio e credibilità alla manifestazione ci voleva qualche “compagnia di matti” che aveva fatto storia dimostrando che il teatro può essere una terapia in grado di diventare lavoro, di trasformare la malattia in professione, gli ex-pazienti in attori professionisti e una piéce teatrale in un prodotto artistico. Una compagnia tipo l’Accademia della Follìa che avevo visto a Trieste qualche settimana prima in uno spettacolo esaltante tratto da un testo di Dacia Maraini realizzato con un cast di circa 20 “ex manicomiali”.<br />
“Ma 20 sono troppi! Chi li paga?” obiettò Maurizio Volpe. Giusta obiezione.<br />
Per trovare una soluzione telefonai, allora a Peppe dell’Acqua: salernitano approdato a Trieste per combattere la rivoluzione contro i manicomi e i pregiudizi che li tenevano in piedi, Peppe, ex braccio destro di Basaglia,  ne ha preso il posto al Dipartimento triestino. E senza il cinico distacco di certi “psichiatri per professione”, ma con l’empatia e la disponibilità tipica degli  “psichiatri per passione”, Peppe mi suggerì: “Serena, c’è uno spettacolo dell’Accademia ancora più poetico e struggente, che ha anche il vantaggio di non costare troppo perché il cast è limitato…” . Così “La Luce di dentro. Viva Franco Basaglia” dell’Accademia della Follìa ha inaugurato l’anno scorso a Benevento la prima edizione di “Tutti pazzi per il teatro” facendo scalpore in città e costituendo il piatto forte di un menù in cui ogni pietanza – dalla splendida piece sulla follìa realizzata dalla scuola teatro della Solot a quella del gruppo di disabili dell’associazione “E’ più bello insieme” che fa capo ad Angelo Moretti &#8211; ha contribuito a soddisfare il gusto del pubblico: .        <br />
                         </p>
<div id="attachment_527" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/la-scena-delle-lavandaie-da-lo-cunto-della-gatta-cenerentola.jpg"><img class="size-full wp-image-527" title="La scena delle lavandaie da Lo cunto della Gatta Cenerentola" src="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/la-scena-delle-lavandaie-da-lo-cunto-della-gatta-cenerentola.jpg?w=500&#038;h=375" alt="" width="500" height="375" /></a><p class="wp-caption-text">Ancora una scena da &quot;Lo Cunto della Gatta Cenerentola&quot; realizzato dal Centro di Salute Mentale di Puglianello insieme a pazienti e operatori di tutto il Dipartimento del Sannio, ancora una volta con la regia di Antonello Sant&#039;Agata</p></div>
<p style="text-align:justify;">                         <br />
                                                     <strong><span style="color:#0000ff;">   ATTO 3</span></strong>°</p>
<p style="text-align:justify;">Mancava ancora un passaggio, però, per trasformare la rassegna da lodevole ma limitata iniziativa di un Centro di salute mentale,  nel “Primo festival di teatro della diversità in Campania”: mancava un contesto non solo terapeuticamente, ma anche teatralmente autorevole in cui calarla. E qui mi venne in mente di pescare in quel mondo che io, napoletana, avevo frequentato all’Università e agli esordi della mia carriera di giornalista a Napoli. Laureata con una tesi sul teatro di Carmelo Bene, infatti, fui assunta al Mattino come critico di teatro d’avanguardia: e il mio compito era girare per teatrini di serie B e sottoscala alla scoperta di talenti allora sconosciuti come Mario Martone o Toni Servillo. E in quel periodo in cui il gruppetto di critici delle varie testate si ritrovava alle “prime” teatrali, nacque l’amicizia con Giulio Baffi &#8211; allora critico dell’Unità – che, per pura coincidenza, l’anno scorso fu nominato direttore di Città Spettacolo giusto qualche settimana prima della conferenza stampa di presentazione di “Tutti pazzi per il teatro”: così, chiedergli di partecipare all’incontro con i giornalisti puntando sulla sua sensibilità per il sociale, non è stato difficile. E l’adesione di Baffi,  come ciliegie che si tirano l’una con l&#8217;altra, ha garantito altre presenze di spicco alla presentazione, avvenuta in una cornice di tutto rispetto come la sala consiliare della Provincia.<br />
Così, la prima edizione della rassegna è decollata non più in sordina, ma alla grande: e il pubblico che ha gremito tutte le sere il Comunale, ha fatto il resto…</p>
<p style="text-align:justify;">                                                      <strong><span style="color:#0000ff;">CONCLUSIONE</span></strong></p>
<p style="text-align:justify;">Raccontare come si sono svolti i fatti mi è sembrato più utile e onesto che commentarne i risultati: perché così risultati e meriti vengono fuori da soli e dimostrano che per quanto determinante e azzeccato, ogni contributo o suggerimento offerto al gruppo di Puglianello sarebbe stato improduttivo come un seme nel cemento se non avesse trovato un terreno fertile pronto ad accoglierlo. Cioè un pool collaudato di operatori e volontari della salute mentale abituati da anni a lavorare in gruppo senza demotivarsi, ad individuare con sensibilità le specificità di ogni singolo malato trovando in ciascuno ciò che ha voglia di esprimere e mettendolo in condizioni di farlo, in questo caso, sulla scena. Ma soprattutto un gruppo dotato di quell’umiltà che, unita all’intelligenza, sono fondamentali per crescere facendo tesoro dei contributi ricevuti. Sulle basi gettate l’anno scorso, infatti, quest’anno è stato messo in cantiere “Lo cunto della Gatta Cenerentola” con un cast di oltre 120 persone: un’operazione ardimentosa dal punto di vista teatrale, nata dall’esigenza terapeutica di far partecipare alla straordinaria esperienza del laboratorio di Puglianello il maggior numero di “pazienti” del Sannio.<br />
Forse a chi guarda dall’esterno, tutto questo può sembrare scontato o parte del mestiere di chi opera nel settore della malattia mentale. Ma non è così: come dimostrano i tanti indifferenti, cinici e ottusi che lavorano nei centri di salute mentale come fossero uffici postali, “capaci” solo di macinare ingenti finanziamenti senza raggiungere un benché minimo risultato.</p>
<p><strong><em></em></strong> </p>
<p><strong><em></em></strong> </p>
<p><strong><em></em></strong> </p>
<p><strong><em></em></strong> </p>
<p><strong><em>24  giugno  2010</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;">Dalla rassegna </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;"> &#8221;Tutti pazzi per il teatro&#8221;</span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;">vengono fuori &#8230;</span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;">numeri di &#8221; pazzi sprechi &#8220;</span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;">E intanto, il regolamento per </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;">impedirli ancora non viene </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;">approvato&#8230;  </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;"> </span></h1>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#ff0000;">“Numeri pazzi”</span></strong> è il titolo della nuova pagina del nostro blog presentata  oggi nel corso della conferenza stampa promossa dall’Associazione dei Familiari dei Sofferenti Psichici “La Rete sociale” per fare il bilancio della prima rassegna di teatro della diversità della Campania che ha portato sul palco “matti” e “normaloidi” ( vedi il resoconto nella pagina <span style="color:#339966;"><strong>“A proposito di …” )</strong></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Quanto alla nuova pagina <span style="color:#ff0000;"><strong>“Numeri pazzi”,</strong> </span>questa denuncia con la </span>semplice verità dei numeri gli sprechi che continuano nel campo della Salute Mentale, nonostante sia il settore sanitario più  sottoposto ai “tagli” imposti in questo periodo di vacche magre. Vedere per credere.</p>
<p style="text-align:justify;">Ebbene, il bilancio della rassegna teatrale e la nuova pagina <strong><span style="color:#ff0000;">“Numeri pazzi”</span></strong> hanno un aspetto fondamentale in comune: la rassegna è stata un test che ha dimostrato la differenza tra iniziative fallimentari e costose, imposte e volute  “dall’alto” per rispondere a logiche e interessi che non hanno niente a che fare con la salute mentale; e iniziative come la rassegna “Tutti pazzi per il teatro” il cui straordinario risultato artistico e terapeutico a costi modestissimi (appena 7.500 euro!) è stato possibile perché è nata “dal basso”, condivisa da utenti, familiari, medici, operatori e realtà territoriali nelle quali si è inserita. Un test positivo, dunque, che dimostra come lo stesso modo di operare può essere trasferito in altri settori della salute mentale: come prevedono, del resto, anche le leggi-obiettivo nazionali e regionali sulla salute mentale.</p>
<p style="text-align:justify;">Invece, benché tali sprechi siano divenuti inaccettabili, e nonostante le associazioni di familiari abbiano per legge il diritto di controllare e orientare la spesa sanitaria,  i dirigenti della Asl continuano da anni a non riconoscere tale diritto.<br />
Tale diritto, infatti, si esercita &#8211; come prevede la legge obiettivo regionale e l’atto aziendale della Asl BN 1 &#8211; attraverso uno strumento che si chiama “regolamento del dipartimento di salute mentale” previsto dalla legge per garantire la trasparenza e la collegialità delle decisioni e il controllo della spesa pubblica anche da parte dei diretti interessati &#8211; utenti e familiari &#8211; chiamati a partecipare alle scelte che li riguardano attraverso un organo che si chiama Comitato di Dipartimento del quale debbono fare parte.<br />
Un “atto dovuto”  dunque, per garantire risparmio ed efficienza, ma nel Sannio finora negato: perché? Forse perché alcuni “responsabili sanitari” spesso longa manus dei politici preferiscono mantenere in piedi una situazione ambigua che consente di spendere, sprecare e “favorire” senza controllo?</p>
<p style="text-align:justify;">Sta di fatto che da un anno, l’approvazione del regolamento è stato uno degli obiettivi prioritari che si è posto la nostra Associazione di familiari annunciando che sarebbe ricorsa anche a diffide per omissioni di atti d’ufficio se questo diritto continuava a non essere riconosciuto.  Così, insieme al direttore del DSM,  ha avuto diversi incontri sui contenuti del regolamento – anche verbalizzati – sia con i precedenti dirigenti della Asl, che con gli attuali commissari che ne fanno le veci. Il regolamento, infatti, come stabilisce l’atto aziendale, deve essere redatto dal Direttore del Dipartimento di Salute Mentale in quanto responsabile dell’organizzazione del servizio, e deve essere approvato con delibera del direttore generale regionale dopo il confronto con i sindacati e l’associazione di familiari: ebbene, ormai il regolamento è pronto sia per il confronto con i sindacati che per la successiva firma del dirigente–commissario. E allora, che cos’altro impedisce che tale confronto avvenga?</p>
<p>    </p>
<div id="attachment_495" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/solot-3.jpg"><img class="size-full wp-image-495" title="Solot 3" src="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/solot-3.jpg?w=500&#038;h=375" alt="" width="500" height="375" /></a><p class="wp-caption-text">Un momento del bellissimo spettacolo degli allievi della Solot dal titolo &quot;Il mulino dei pazzi&quot;, messo in scena al Mulino Pacifico nell&#039;ambito della rassegna &quot;Tutti pazzi per il teatro&quot;, organizzata dal Centro di Salute Mentale di Puglianello diretto da Maurizio Volpe.</p></div>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>16  giugno  2010</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<h1><span style="color:#c71585;">      Una  festa  veramente  riuscita </span></h1>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;">Si chiama <span style="color:#c71585;"><strong>&#8220;Festa della Primavera&#8221;</strong></span>. E’ alla sua 3° edizione. Si è tenuta nel Parco del Grassano a San Salvatore Telesino. Ed è stata organizzata dal Centro di Salute Mentale di Puglianello diretto dal dottor Maurizio Volpe. Inutile aggiungere altro: le immagini parlano da sole. Basta andarle a vedere <span style="color:#339966;"><strong><span style="color:#0000cd;">nella pagina “A proposito di … ”</span></strong></span>  di questo blog per avere in un colpo d’occhio, un’idea di che cosa significhi “integrazione” fra  “matti” e “normaloidi”, medici e infermieri, terapisti e giovani delle cooperative, volontari e sù in alto, al massimo vertice della Asl, commissari. Tutti insieme a cantare e ballare ….. senza distinzione. </p>
<p><strong><em><a href="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/festa-puglianello-026.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-444" title="festa Puglianello 026" src="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/festa-puglianello-026.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a></em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>3  maggio  2010</em></strong>  </p>
<p><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<h1><span style="color:#dc143c;">    Nel giorno del suo funerale</span></h1>
<h1><span style="color:#dc143c;"> </span></h1>
<h1><span style="color:#dc143c;">    un ultimo pensiero su Ilaria </span></h1>
<p><span style="color:#dc143c;"> </span></p>
<h1><span style="color:#dc143c;">                  volata in cielo </span></h1>
<h1><span style="color:#dc143c;"> </span></h1>
<h1><span style="color:#dc143c;">su una tragica nuvola di fumo</span></h1>
<p style="text-align:justify;">Molti hanno parlato della tragica morte di Ilaria anche senza conoscerla, anche senza sapere nulla della sua famiglia: con il risultato di sollevare un polverone più mefitico del rogo che l’ha avvolta. Perciò ci permettiamo di scrivere di lei sperando di non alimentare ancora il clamore sollevato dalla sua morte e da chi l’ha provocata: sua madre. <em>“Ma non piangere Ilaria </em>– verrebbe subito da dirle –<em> perché tua mamma non è un’assassina nel significato classico della parola: e nessuno può sostenere il contrario”</em>. Perchè nessuno, tranne Dio per chi ci crede, sa che cosa si sia agitato nella sua mente quando ha compiuto quel gesto terribile che nessuna madre al mondo può compiere senza soffrirne – come ne sta soffrendo – la mamma di Ilaria una volta tornata in sé. Ilaria, dunque, è la vittima di una vittima  alla quale siamo disposti a dare ogni sostegno se dovesse chiedercelo. E lo stesso vale per suo padre che in questo momento forse è quello che ne ha più bisogno dopo essere stato travolto e calpestato dall’assordante e impietoso clamore dei media: se si è sentito offeso da alcune dichiarazioni fatte, sappia che gli saremo al fianco anche per approfondire tutti gli aspetti legali della vicenda e per individuare le responsabilità nella diffusione di notizie false buttate in pasto ai media con finalità estranee al diritto all’informazione. Questa, dunque, è la nostra posizione verso la famiglia di Ilaria come associazione che difende gratuitamente i diritti dei più svantaggiati e la cui unica soddisfazione – per dirla con le parole di Emily Dickinson – è : “Se posso impedire a un cuore di spezzarsi… Se di una vita posso lenire la pena o calmare il dolore… non avrò vissuto invano”.  </p>
<p style="text-align:justify;">C’è però anche un tipo di “lettura” di questa tragedia sistematicamente assente dagli organi di informazione quando accadono fatti come questi che scatenano interessi che hanno poco a che vedere con le colpe della disgraziata madre di Ilaria e la sua povera famiglia, o con chi avrebbe dovuto o meno occuparsi di loro.</p>
<p style="text-align:justify;">Come gli interessi di una larga fetta della stampa a sfruttare la passione del pubblico popolare per il “noir” cercando di arricchirla di dettagli scabrosi, inquietanti, efferati da sparare come titoli grondanti sangue cercando di cavalcare il più possibile i macabri fatti di cronaca. Questo interesse ha scatenato, infatti, la morbosa curiosità dell’opinione pubblica nazionale acuita, nel caso di Ilaria, dalla “serialità” dell’accaduto: la sua morte, cioè, ha avuto eco sulla stampa nazionale perché è stata preceduta da un gesto di follìa che ha spinto un’altra madre ad annegare due suoi figli. Il che fa ancor più notizia.</p>
<p style="text-align:justify;">C’è poi l’interesse di chi utilizza episodi come questi a fini commerciali: per vendere un prodotto, per fare pubblicità, per fare presa sull’opinione pubblica a fini elettorali sfruttando la tendenza che ha oggi la politica di basarsi non sui fatti e sui programmi, ma sulle storie e sulle suggestioni. Così capita che alcuni si inventino un racconto apparentemente vero ma privo di riscontri reali vestendosi da paladini in difesa di diritti che, invece, essi stessi calpestano pur di screditare gli altri, chiamandosi fuori da ogni responsabilità come cavalieri senza macchia e senza paura. Ma per nessuno è possibile chiamarsi fuori da questa vicenda nella quale è mancato proprio il rispetto del principio di responsabilità che ci vede tutti coinvolti come cittadini troppo spesso indifferenti, poco inclini a riflettere sugli errori commessi e a prendere apertamente posizione.   </p>
<p style="text-align:justify;">Così, una problematica delicata come la malattia mentale finisce per essere travolta da ignoranza e luoghi comuni che fanno il gioco di chi vuole condizionarne la cura. Cioè, come dimostrano i titoli di certi quotidiani nazionali, fanno gli interessi di chi oggi vuole rimettere in discussione la “legge Basaglia”- nonostante abbia dimostrato, dove è stata messa in pratica, di essere la migliore possibile – e vuole ritornare alla logica della malattia mentale vissuta nel chiuso dei manicomi e delle case di cura private, sotto il controllo della classe medica più retrograda: una classe che non vuole ammettere l’importanza della società nella cura del malato mentale, anche perché spesso è interessata ai rilevanti profitti che si possono ottenere dai ricoveri in strutture di tipo manicomiale dove i grossi numeri – dei pazienti, del personale, degli investimenti – rende più difficile i controlli e più facile fare ogni genere di guadagno e di clientelismo.</p>
<p style="text-align:justify;">Ebbene, potrebbe dire qualcuno, ma che c’entra tutto questo con il caso di Ilaria? Appunto: non dovrebbe entrarci, ma come si vede è proprio questo che ha preso il sopravvento su una tragedia della quale sono rimasti solo i titoli e trascurati i veri contenuti: la sofferenza dei protagonisti e la loro storia da raccontare con l’umana compassione, con il rispetto e con la condivisione del dolore che dovrebbero appartenere a una società civile.</p>
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<p><strong><em>27 aprile 2010</em></strong></p>
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<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#dc143c;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#dc143c;">La Sir di Arpaise non è la Fiat </span></h1>
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<p style="text-align:justify;">In merito all’opportunità di chiudere la Struttura psichiatrica residenziale (Sir) di Arpaise per trasferirne gli ospiti in strutture di piccole dimensioni come le case famiglia, più idonee a reinserirli nella società, hanno espresso il loro parere sulla stampa Cosimo Parente, coordinatore cittadino dell’Udc (Unione di Centro) di Arpaise e il dottor Mario Cataudo, medico condotto del paese (i loro interventi sono riportati integralmente nella pagina <em><strong><span style="color:#32cd32;">Documentazione e video</span></strong></em>).<br />
In particolare ha affermato Parente : “<em>Il nostro augurio è che il destino del Sir di Arpaise non diventi un tormentone così come è avvenuto con altre strutture dell’Asl sannita… E’ bene precisare che stiamo parlando soltanto di lavori di ristrutturazione in quanto l’edificio è stato danneggiato da un allagamento. Di chiusura, invece, non si è mai parlato perché siamo contrari all’ipotesi di privare Arpaise, tra i comuni più piccoli della provincia, di un servizio che lo rende riconoscibile in un ambito più vasto”.</em></p>
<p style="text-align:justify;">E dopo avere ricostruito la storia di questa struttura, anche il dottor Cataudo sottolinea: <em>“Se la salute dei pazienti e il loro recupero funzionale e psichico è la parte più importante della vicenda, non va sottovalutato l’aspetto culturale, economico e sociale che quella struttura rappresentava per la comunità di Arpaise e i comuni circostanti, per tutto l’indotto socio economico determinato da frequentazioni di familiari e parenti dei pazienti, da tutti gli operatori sanitari, parasanitari e organizzativi e tutte le attività collegate con la funzionalità della struttura stessa”.</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em><br />
</em>Ebbene, fermo restando che l’apertura al dialogo è sempre auspicabile, se si vogliono evitare “tormentoni” a nostro avviso è fondamentale che ognuno rispetti il suo ruolo. In particolare che la politica stia fuori dalla Sanità e non tenti di piegare decisioni tecniche a logiche che – senza entrare nel merito se migliori o peggiori – di fatto sono diverse da quelle che sottostanno all’organizzazione di un servizio sanitario.<br />
Logiche come quella che fa dichiarare al coordinatore dell’Udc <em>“… siamo contrari all’ipotesi di privare Arpaise, tra i comuni più piccoli della provincia, di un servizio che lo rende riconoscibile in un ambito più vasto”</em> o come quella che spinge il dottor Cataudo, da cittadino di Arpaise, a sottolineare i vantaggi  <em>“dell’indotto socio-economico”</em> innescato dalla struttura.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Una logica a nostro avviso fuorviante</strong> perché fa perdere di vista il vero problema: che  non è quello di  “privare” o meno  “Arpaise di un servizio”, ma è quello <strong>di fornire ai malati mentali un servizio soddisfacente</strong>. Il compito della Sanità, infatti,  non è risolvere i problemi dell’occupazione e dei Comuni depressi, ma solo quello di curare adeguatamente i cittadini: che per ottenere questo risultato, fra l’altro, sostengono un costo.</p>
<p style="text-align:justify;">Ciò non significa che i problemi occupazionali del paese siano irrilevanti e che non li comprendiamo: tutt’altro. Anzi proprio le proteste contro la chiusura di una risorsa modestissima come la Sir dimostrano che in una realtà così svantaggiata come Arpaise, la Sir viene difesa come fosse la Fiat. Non per questo, però, si può confondere un luogo di cura con una fabbrica scatenando una guerra tra diseredati dove alla fine soccombono i più deboli: i malati mentali. Un luogo di cura che – pur apprezzando l’impegno di chi come il dottor Cataudo da oltre 40 anni  lavora nella zona e ha dato il suo contributo alla struttura &#8211; oggi, comunque, risulta obsoleta rispetto  alle acquisizioni della moderna psichiatria. Anche dal punto di vista economico: la gestione annuale di una struttura come quella di Arpaise costa quanto l’acquisto di entrambe le case-famiglia oggetto di trattativa con il Comune di Benevento.<br />
Non è esatto, dunque, dire che <em>“di chiusura della Sir di Arpaise non si è mai parlato”.</em> Se il coordinatore Parente non ne è venuto a conoscenza è solo perché lo si è fatto nelle sedi competenti: cioè, presso il Dipartimento di Salute Mentale e la Asl. Ed ecco perché, pur apprezzando il suo interessamento,  riteniamo che la sua proposta di <em>“aprire un serio dibattito”</em> non sia praticabile: almeno per quanto riguarda tematiche non negoziabili &#8211; come l’idoneità di pratiche terapeutiche &#8211; dipendenti da parametri che non competono alla politica.  Per tutto il resto la nostra disponibilità a dialogare, ovviamente, è totale.</p>
<p style="text-align:justify;">Quanto alle preoccupazioni per la gara d’appalto da lui espresse  – <em>“…Questi lavori non possono essere rimandati e quindi invitiamo l’Asl a portare avanti il crono programma stabilito… -</em> non vorremmo essere fraintesi: se la Asl ritiene prioritario investire una grossa cifra per la totale ristrutturazione dell’immobile, anziché procedere solo ai lavori più urgenti rimandando gli ulteriori investimenti alla decisione sulla sua destinazione d’uso, non è problema nostro. L’Asl è un’azienda, ha i suoi manager e sulla destinazione dei soldi che amministra non deve rispondere a noi, ma agli organi di controllo preposti. Ciò che a noi interessa, invece, è che la cifra stanziata non venga prelevata dal budget del Dipartimento di Salute Mentale con il pretesto che serve a ristrutturare la Sir, sottraendo queste risorse ad altri e più idonei progetti.</p>
<p style="text-align:justify;">Infine, alle preoccupazioni espresse dal dottor Cataudo per gli ammalati – <em>“oggi allontanati, che si erano così bene integrati (ad eccezione di uno) nell’ambiente e nella comunità di Arpaise… E non so se queste caratteristiche esistono al terzo piano del vecchio ospedale di Sant’Agata dei Goti dove ora sono ricoverati” -</em> vogliamo rispondere rassicurandolo. Insieme ad altre associazioni di volontariato siamo stati vicini ai pazienti sia al momento della partenza da Arpaise che a quello dell’arrivo a Sant’Agata dei Goti. La nostra preoccupazione, infatti, è stata che nel putiferio scatenatasi attorno alla vicenda non fossero loro a soffrire di più per il clima creato da tensioni, malumori, parole come “deportazione”. Così abbiamo cercato innanzitutto di rendere lo spazio di Sant’Agata dei Goti il più possibile personalizzato e accogliente – dai colori delle pareti agli arredi – con l’aiuto di volontari di altre associazioni e di quelle rare persone sensibili che fortunatamente, però, ci sono dappertutto: nella Asl, nella ditta incaricata dei lavori, nel Dsm. E il nostro sforzo è stato premiato: anche perché non era difficilissimo creare una condizione appena un po’ più decente di quella fatiscente lasciata ad Arpaise, come testimoniano nella foto i volti sorridenti dei pazienti durante il loro primo pranzo a Sant’Agata.</p>
<div id="attachment_415" class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><a href="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/il_primo_pranzo_a_santagata_dei_goti_dei_pazienti_sir_di_arpaise.jpg"><img class="size-full wp-image-415" title="Il_primo_pranzo_a_Sant'Agata_dei_Goti_dei_pazienti_Sir_di_Arpaise" src="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/il_primo_pranzo_a_santagata_dei_goti_dei_pazienti_sir_di_arpaise.jpg?w=400&#038;h=300" alt="" width="400" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il primo pranzo a Sant&#039;Agata dei Goti dei pazienti della Sir di Arpaise</p></div>
<p style="text-align:justify;">Perfino Michele che pareva “disperato”, quando un infermiere gli ha chiesto un paio di giorni dopo il trasloco se voleva ritornare per qualche ora ad Arpaise con il pulmino che andava a ritirare le lenzuola, ha risposto: “No, lasciami stare. Sto bene qua: ad Arpaise non ci voglio più tornare”.<br />
Certo, qualcuno potrebbe avere la tentazione di commentare: “Va bè, mica si può credere a un pazzo!”. Ma attenzione: in certi casi il confine tra normalità e follia, tra verità e menzogna  è molto incerto. E poiché anche gli esperti spesso hanno difficoltà a destreggiarsi nei meandri della mente umana, da oggi in poi sarebbe meglio tenere fuori i malati da questo dibattito. Anche perché se per qualcuno questa vicenda può essere solo uno spiacevole “tormentone”, la sofferenza di chi soffre di malattia mentale è un vero “tormento” di cui nessuno si può permettere neanche per un attimo di dubitare: un tormento che merita il silenzio e il rispetto spesso estranei alla    bagarre politica.</p>
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<p><strong><em>23   aprile   2010</em></strong></p>
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<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#dc143c;">La vicenda di Arpaise:</span></h1>
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<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#dc143c;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#dc143c;">un’occasione per riaprire</span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#dc143c;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#dc143c;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#dc143c;">o per chiudere i manicomi?</span></h1>
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<p style="text-align:justify;">A giorni si terrà la gara d’appalto per ristrutturare la struttura psichiatrica  (SIR) di Arpaise nata per ospitare i pazienti appena usciti dai manicomi: struttura che da tempo le linee guida nazionali e regionali sulla salute mentale prescrivono di sostituire con altre di piccole dimensioni come le case-famiglia più idonee a reinserire i malati nella società. In base a quali motivazioni “tecniche”, dunque, i vertici della Asl su pressione del prefetto di Benevento e del sindaco di Arpaise hanno deciso di investire in tutta fretta circa 140.000 euro per ristrutturare una struttura di tipo “manicomiale” destinata ad essere chiusa perché obsoleta dal punto di vista psichiatrico?<br />
Questi alcuni degli interrogativi sollevati nel corso della conferenza stampa dal titolo “La vicenda di Arpaise : un’occasione per riaprire o per chiudere  i manicomi?” promossa dalla nostra associazione “La Rete sociale”  presso il Palazzo del Volontariato, cui hanno partecipato oltre a giornalisti, medici e infermieri anche numerosi pazienti fornendo testimonianze (che saranno riportato nella pagina “Storie di ordinaria follia” del nostro blog)</p>
<p style="text-align:justify;">Testimonianze che danno ragione a chi ha redatto il &#8220;progetto obiettivo per la tutela della salute mentale in Campania&#8221; (approvato con delibera di giunta del 20 giugno 2003) sostenendo che le SIR come quella di Arpaise vanno abolite perché nella maggioranza dei casi sono manicomi con la porta aperta: sono, cioè, strutture totalizzanti di tipo “sanitario”gestite da medici e infermieri, dove si perde la  privacy e l’identità, dove la permanenza &#8211; per legge non superiore a 2 anni per evitare la cronicizzazione della malattia – diventa spesso decennale anche per 30enni e 40enni che potrebbero essere recuperati e, invece, stanno lì “parcheggiati” accanto a 80enni malati cronici.</p>
<p style="text-align:center;"><strong><span style="color:#4169e1;">CHE     COSA    PRESCRIVE   LA    LEGGE</span><br />
</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Le SIR come quella di Arpaise sono superate a causa delle loro dimensioni e delle metodologie adottate per trattare i pazienti: “custoditi” più che curati e riabilitati. L’unica sostanziale differenza con i manicomi è che i malati venivano resi inoffensivi legandoli ai letti, mentre oggi vengono sedati con i farmaci e – nel caso di Arpaise – possono andare al bar di fronte a prendere il caffè. Ma non altro: perché nel paese non c’è altro. Sedare, però, non significa curare. Né attraversare una strada &#8211; sempre la stessa strada &#8211; significa vivere da persona normale. Senza terapie psicologiche e riabilitative, senza rapporti costanti con la famiglia, gli amici e il proprio territorio, non c’è guarigione, né  reinserimento nella vita sociale. Al contrario: anche una persona “normale”  messa a fare niente dalla mattina alla sera, privata di svaghi e distrazioni diventerebbe pazza.<br />
Ecco perché le linee guida regionali dicono che strutture come quella di Arpaise &#8211; dove non esiste progettualità riabilitativa, situata in un paese minuscolo e isolato &#8211; vanno chiuse,  e che le <em><strong>“strutture residenziali devono essere dimensionate sul “modello casa”, devono garantire agli ospiti spazi privati, essere ubicate nei contesti urbani ed integrate nelle comunità”.</strong></em></p>
<p style="text-align:justify;">E che l’impostazione sia giusta lo hanno dichiarato i protagonisti in conferenza stampa parlando coraggiosamente in pubblico, senza vergogna, della propria esperienza: “Ho vissuto per 8 anni nella Sir di Arpaise passando le giornate buttato sul letto e facendomi pipì addosso – ha raccontato Luigi, 38 anni – Ma ora dopo un anno passato nella casa famiglia di Benevento sono rinato e ad Arpaise non ci voglio tornare più”. Infatti, vivendo in un normale appartamento dove conduce vita in comune con ospiti della stessa età seguito quotidianamente da operatori di comunità e assistenti sociali che insegnano a gestire i propri soldi, a fare la spesa, a pulire la casa e a cucinare, Luigi, diventato autonomo,  fra poco tornerà a vivere in famiglia, lasciando il suo posto a qualcun altro da riabilitare.</p>
<div id="attachment_403" class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><a href="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/casa-_famiglia-_051.jpg"><img class="size-full wp-image-403" title="CASA _FAMIGLIA _051" src="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/casa-_famiglia-_051.jpg?w=400&#038;h=300" alt="" width="400" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Luigi, uno degli ospiti della casa-famiglia di Benevento</p></div>
<p>Ecco perché il Dipartimento di Salute Mentale su sollecitazione della Rete Sociale e sulla scorta di questi risultati, ha chiesto alla dirigenza della Asl di affittare ed eventualmente comprare 2 case famiglia appartenenti al patrimonio comunale di Benevento &#8211; per le quali il sindaco Fausto Pepe ha già dato la sua disponibilità &#8211; e l’uso di una villetta già utilizzata in passato a Puglianello: strutture nelle quali si potrebbero portare nel giro di qualche settimana o di qualche mese la quasi totalità dei pazienti di Arpaise ora ospitati  temporaneamente in una ex struttura ospedaliera di Sant’Agata dei Goti per un allagamento la cui riparazione richiede lavori non realizzabili con i malati all’interno.</p>
<p style="text-align:center;"><span style="color:#4169e1;"><strong>L’INCIDENTE  CHE  HA  SCATENATO  IL   PUTIFERIO</strong></span></p>
<p style="text-align:justify;">Un allagamento che ha scatenato un putiferio: perchè anziché divenire occasione per chiudere la SIR di  Arpaise portando avanti iniziative più valide già avviate, sta diventando, invece, pretesto per ristrutturare e riaprire una struttura manicomiale che avrebbe già dovuto essere abolita da tempo. Ma ciò che è più grave è che si è arrivati a questa decisione cavalcando un malcontento frutto di disinformazione. Il malcontento di una piccola parte del personale che non ha voglia di andare fino a Sant’Agata dei Goti, e la paura di familiari e pazienti che la sede di Sant’Agata possa  divenire un’alternativa definitiva ad Arpaise: così è nata una protesta della quale il sindaco di Arpaise ha deciso di farsi portavoce mobilitando addirittura il prefetto e i commissari della Asl per ottenere l’immediato appalto di ristrutturazione dell’immobile. “Così entro 4 mesi i pazienti ritorneranno nella nostra comunità” ha dichiarato soddisfatto il sindaco di Arpaise alla stampa: ma come fa a sostenere che anche i pazienti lo saranno altrettanto? Dalle testimonianze raccolte (e riproposte nelle “Storie di ordinaria follia”) è chiaro il contrario: chi è riuscito ad andarsene da Arpaise e a provare il sapore di una vera riabilitazione in una casa-famiglia, nella SIR di Arpaise non ci vuole più tornare.</p>
<div id="attachment_404" class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><a href="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/casa-_famiglia-_047.jpg"><img class="size-full wp-image-404" title="CASA _FAMIGLIA _047" src="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/casa-_famiglia-_047.jpg?w=400&#038;h=300" alt="" width="400" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">A tavola con gli amici della casa-famiglia di Benevento</p></div>
<p style="text-align:justify;">E lo stesso vale per il gruppetto di familiari che hanno inscenato la protesta sotto la prefettura, ma ieri hanno partecipato alla nostra conferenza stampa e chiesto solidarietà alla nostra associazione: stanno intuendo che l’alternativa Arpaise-Sant’Agata dei Goti non esiste, che è stata solo uno spauracchio e che al contrario, questa poteva essere l’occasione per dare a ogni paziente la migliore sistemazione possibile. Anche perché hanno compreso che non esiste un’unica soluzione che va bene per tutti ma che le soluzioni vanno individuate caso per caso. Il che significa che alcuni di questi casi, per esempio, potrebbero ancora avere bisogno di una SIR,  ma così come è prevista dalle linee guida regionali: cioè, un vero luogo di cura e riabilitazione per 8 &#8211; 10 pazienti da collocare sul territorio accanto ai centri di salute mentale dove il personale possa seguirli monitorando i progetti riabilitativi che dovrebbero essere fatti a misura di ciascuno di loro. Il che significa battersi per riportare la Sir da Arpaise a Benevento dove avrebbe dovuto sempre stare per legge, cioè nel Centro di Salute Mentale, in una città dove non mancano le occasioni di reinserimento sociale e lavorativo e dove è possibile per i malati compiere il passo successivo: entrare in una casa-famiglia o in un gruppo appartamento protetto 24 ore su 24.</p>
<p style="text-align:center;"><span style="color:#4169e1;"><strong>COME   EVITARE  SPRECHI  DI  DENARO  PUBBLICO</strong></span></p>
<p style="text-align:center;"><span style="color:#4169e1;"><strong>A  DANNO   DEI   MALATI   MENTALI </strong></span></p>
<p style="text-align:justify;">Insomma di soldi c’è bisogno, ma oggi, con la crisi in atto,  non ce n’è abbastanza per sprecarli. E le grosse strutture pubbliche o private &#8211; come quella di Arpaise o le case di cura convenzionate – impegnano cifre enormi di gestione per scarsi risultati: fino a 4.000 euro a paziente al mese. Più o meno la stessa cifra con cui si gestiscono 4 o 5 ospiti di una casa famiglia.</p>
<div id="attachment_405" class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><a href="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/casa-_famiglia-_036.jpg"><img class="size-full wp-image-405" title="CASA _FAMIGLIA _036" src="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/casa-_famiglia-_036.jpg?w=400&#038;h=300" alt="" width="400" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Sul balcone della casa-famiglia di Benevento</p></div>
<p style="text-align:justify;">Ecco perché abbiamo ritenuto doveroso sollevare il problema e fornire una più corretta informazione affinché, alla luce dei fatti esposti,  l’Asl possa utilizzare gli strumenti di autotutela a disposizione della pubblica amministrazione per rivedere l’impostazione di una gara d’appalto che, altrimenti, già si profila come l’ennesimo spreco di denaro pubblico. Infatti, la decisione di ristrutturare la SIR di Arpaise è stata presa in contrasto non solo con le linee guida regionali, con quelle sostenute dal Dipartimento di Salute Mentale e condivise dall’Associazione di Familiari, ma è stata presa da figure istituzionali quali un sindaco, un prefetto e un commissario Asl che meritano tutto il rispetto ma che non hanno alcuna competenza tecnica per stabilire come e dove va ricoverato un malato di mente: pertanto, non possono fare “promesse” – come quella che “fra 4 mesi i pazienti torneranno nella SIR di Arpaise” – che non sono in grado di mantenere.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em> </em></strong></p>
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<p><strong><em>17   aprile  2010</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#ff6347;"><span style="color:#dc143c;">Basta la parola :</span></span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#dc143c;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#dc143c;">Giù le mani dal volontariato! </span></h1>
<h1 style="text-align:left;"><span style="color:#dc143c;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#dc143c;">&#8230; ed è subito diffida</span></h1>
<p><span style="color:#dc143c;"> </span></p>
<p style="text-align:justify;">Il comunicato “Giù le mani dal volontariato” qui pubblicato il 13 aprile ha provocato una singolare “diffida” : il suo firmatario, infatti, sembra avere idee alquanto confuse sull’informazione a mezzo stampa e una tale “fretta a diffidare” da non avere potuto correggere refusi, errori sintattici e grammaticali, né informarsi  sull’esatta identità del destinatario. La mail, infatti, ha come oggetto “Diffida per Simone Aversano” ma è rivolta al “gestore o proprietario del blog “I lenzuoli bianchi”: che, ovviamente, non è Simone Aversano.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Ecco, dunque, il testo della “diffida” così come è stata inviata:</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><em><span style="color:#0000ff;"><strong>“Gentile Resposnabile con la presente il Coordinamento dei CSV della Campania La diffida, in quanto gestore e/o proprietario dello spazio </strong></span></em><a href="http://ilenzuolibianchi.wordpress.com/"><em><span style="color:#0000ff;"><strong>http://ilenzuolibianchi.wordpress.com/</strong></span></em></a><em><span style="color:#0000ff;"><strong> in merito all&#8217;articolo pubblicato oggi in rispetto alle vicende del CESVOB di Benevento e La intima a ritirare la pubblicazione in oggetto, vedendoci altrimenti costretti ad adire nei suoi confronti le vie legali in sede civile e penale avendo il Suo sito pubblicato delle informazioni prive di qualsiasi fondamento.<br />
Il coordinamento provvederà, altresì, a segnalare l&#8217;accadimento al competente Ordine dei Giornalisti spettante per territorio.  Restando in attesa di una sua conferma di avvenuta cancellazione Le porgo i miei più cordiali saluti.<br />
Luca Mattiucci &#8211; Capo Ufficio Stampa CSV della Campani</strong>a”.</span></em></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Una diffida singolare, dunque,  per le seguenti ragioni  :</strong></p>
<p style="text-align:justify;">1) Luca Mattiucci si firma capo ufficio stampa di un organismo che non esiste: il  “CSV della Campania”. Pertanto non si capisce esattamente chi rappresenta, né tantomeno quali siano gli elementi per dimostrare di parlare per conto del Coordinamento dei CSV della Campania. A quanto ci risulta, egli opera come addetto stampa al CSV di Napoli.</p>
<p style="text-align:justify;">2) Il responsabile del Coordinamento dei CSV della Campania si chiama Gennaro Castaldi ed è l’unico che potrebbe “diffidare” o querelare: previo consenso, però, dei CSV della Campania senza il quale non può procedere, essendo solo un coordinatore. E poiché, per legge, diffide e querele sono “di parte”, ci sembra singolare che il signor Mattiucci operi “per conto terzi”.</p>
<p style="text-align:justify;">3) Quanto alla sua “intimazione” a ritirare il comunicato dal blog perché le “informazioni pubblicate sono prive di fondamento”  è talmente grottesca che non merita commenti. Merita però un suggerimento: visto che il signor Mattiucci intende rivolgersi all’Ordine dei giornalisti potrebbe approfittarne per informarsi anche su come funziona l’informazione in un paese democratico. Se ha delle smentite e delle precisazioni da fare, siamo pronti a pubblicarle. Ma finora neanche il presidente del Consiglio è riuscito a negare il diritto di critica sancito dalle leggi italiane, intimando sic et simpliciter la rimozione di un articolo senza spiegarne il motivo, solo perché non gli piace.</p>
<p style="text-align:justify;">4) Ancora un suggerimento: se intende andare all’Ordine dei Giornalisti forse le converrebbe informarsi su chi è il responsabile di questo blog. E poiché vedo che ha delle difficoltà, la voglio aiutare:  mi chiamo Serena Romano, sono presidente della “Rete sociale” e sono una giornalista professionista che ha svolto inchieste per testate giornalistiche e televisive nazionali e estere. E poichè tutte le notizie da me pubblicate hanno sempre avuto ampio riscontro nella documentazione raccolta, anche in questo caso attendo le sue rettifiche non solo per dare loro il giusto risalto, ma anche per confrontarle con le prove documentali in mio possesso (verbali del consiglio direttivo CESVOB, contratti, ecc.). Come giornalista d’inchiesta, infatti, ho sempre preferito utilizzare il mio tempo raccogliendo elementi a sostegno di una notizia prima di pubblicarla, piuttosto che perdere tempo, dopo, nei tribunali.  E così tempo non ne ho mai perso.</p>
<p><span style="color:#32cd32;"><strong>                                                             **************</strong></span></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>13 aprile 2010 </em></strong></p>
<h1><span style="color:#993366;"> </span></h1>
<h1><span style="color:#993366;"><span style="color:#dc143c;"> </span></span></h1>
<h1><span style="color:#993366;"><span style="color:#dc143c;">Giù le mani dal volontariato !</span></span></h1>
<h4 style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span></h4>
<h4 style="text-align:justify;">Oltre 30 associazioni impegnate nel sociale sono in rivolta contro il tentativo di annullare il patrimonio di esperienze e interventi realizzati fino a febbraio scorso dal Centro Servizi del Volontariato di Benevento (CESVOB).</h4>
<p style="text-align:justify;">La loro protesta – come si legge in questo comunicato firmato dalle 31 associazioni &#8211; nasce, infatti, contro una sorta di colpo di mano che è l’ultimo atto di una strategia portata avanti dal novembre 2007 da un piccolo gruppo di associazioni le quali stanno tentando di espropriare dalle funzioni di controllo e di gestione del CESVOB chi opera veramente nel sociale. Si  tratta, dunque, di una “minoranza” che è riuscita a ottenere &#8211; anche con il supporto di sigle vuote &#8211; la “maggioranza” all’interno del consiglio direttivo del CESVOB, ma che non rappresenta né si identifica con la vera maggioranza di chi opera nel sociale e della quale fanno parte, appunto, la trentina di associazioni dedite alla difesa dei disabili fisici o mentali, alla salvaguardia dell’ambiente o degli animali, all’impegno per lo sviluppo sostenibile, alla promozione del microcredito firmatarie di questo comunicato e identificabili nelle seguenti sigle:   <em><span style="color:#0000ff;">Auser – Volontariato Sannio Lega Ambiente –  Gruppi Fratres Telese -  Volontariato Vincenziano – Gruppi giovanili Vincenziani – Unitalsi -  Centro di solidarietà Vivere Dentro –  Club Alpino Italiano &#8211; Anpas San Leucio del Sannio – Anpas Vita San Rocco &#8211; Anpas Frasso Telesino &#8211; Anpas Castelpoto &#8211; Anpas Concordia Farnetana &#8211; Rete Arcobaleno &#8211; La Rete Sociale “I lenzuoli bianchi” – La Clessidra Onlus – Libero Teatro – Il Bambino Incompreso &#8211; E&#8217; più bello insieme – Ara Jovis – Nuova Arte2 &#8211; Comitato Soci di Banca Etica -  PA LARABA &#8211; La Cinta onlus &#8211; Lerka Minerka – Raduno nazionale dei Clown dottori &#8211; Gas Arcobaleno &#8211; Tandem 21 commercio equo e solidale &#8211; Associazione Famiglie Affidatarie “Angela Cancellieri”- Associazione Emisfero Sud &#8211; Centro di Aiuto ai minori Telefono Azzurro.</span></em></p>
<p style="text-align:justify;">E come primo gesto di tale protesta le 31 associazioni hanno deciso di iscriversi in massa al CESVOB per far sentire la propria voce all’interno dell’assemblea dominata da questa specie di “lobbie del volontariato” che, utilizzando in maniera furbesca lo Statuto, ha conquistato la maggioranza sfruttando la tecnica di far esprimere più voti anche a singole realtà associative. Caso emblematico: l’Associazione delle Misericordie impegnate nel campo del trasporto sanitario vota non come un’unica sigla ma per quante sono le sue sezioni. Il che determina l’assurda situazione che il loro voto è ripetuto 8 volte: per quante sono, appunto, le sezioni iscritte al CESVOB.<br />
Di qui la pioggia di richieste di iscrizione al CESVOB da parte delle 31 associazioni che in questo modo chiedono di entrare nell’assemblea per potere bilanciare l’elite che se ne è appropriata e soprattutto il suo programma che, annunciato anche a mezzo stampa, mira a fare tabula rasa di quanto realizzato finora. Un patrimonio di esperienze e una ricchezza per la società civile sannita che, invece, le associazioni firmatarie vogliono salvare.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#dc143c;">Un patrimonio accumulato grazie alla precedente gestione del CESVOB della quale vale la pena ricordare:<br />
</span></strong></p>
<p style="text-align:justify;">- la nascita del volontariato nel campo del microcredito alle famiglie bisognose che non possono avere accesso ai normali canali bancari;<br />
- la formazione di volontari su temi di frontiera come la gestione dei beni confiscati alla mafia, il volontariato penitenziario e per le tossicodipendenze;<br />
- le ricerche scientifiche pubblicate sull’analisi dei bisogni del volontariato e della popolazione immigrata;<br />
- oltre 20 corsi di formazione gratuiti per i volontari per insegnare loro la realizzazione di siti internet &#8211; fondamentale per la visibilità e il dialogo all’interno del volontariato &#8211; la gestione burocratica delle organizzazioni di volontariato, la scrittura dei bilanci sociali, la comunicazione sociale, e così via.<br />
In altre parole il CESVOB è stato in questi anni un volano del capitale sociale sannita come da tutti riconosciuto: tranne che dalla nuova “maggioranza” i cui primi atti vanno in direzione opposta e a favore di interessi familistico-clientelari .</p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#dc143c;">Fra i primi atti del nuovo consiglio direttivo, infatti, c’è:<br />
</span></strong></p>
<p style="text-align:justify;">- il licenziamento ingiustificato del direttore del CESVOB Angelo Moretti &#8211; regolarmente selezionato a seguito di un avviso pubblico e vincitore della graduatoria su altri 14 concorrenti &#8211; per sostituirlo, irregolarmente, con la direttrice del Centro Servizi Volontariato di Napoli presieduto dalle Misericordie;<br />
- la ratifica dell’assunzione a tempo indeterminato da parte dell’ex presidente  in favore della moglie: ratifica di un contratto illegittimo, in quanto non solo non approvato da nessun direttivo, ma avvenuto in maniera furtiva perché contrastante con la programmazione economica varata dal consiglio direttivo dell’aprile 2009 che escludeva per tutto il personale l’assunzione a tempo indeterminato;<br />
- la chiusura alle 18,00 anziché alle 20,00 della sede del CESVOB presso il Palazzo del Volontariato che in pratica esclude la maggioranza delle associazioni dall’utilizzo dei servizi gratuiti offerti dal Centro. I volontari, infatti, in genere si dedicano alle attività di volontariato a fine giornata, al termine delle proprie incombenze lavorative:  questa “chiusura” anticipata è un chiaro segnale di chiusura anche culturale, che tende a ridimensionare, restringere, ostacolare la vocazione sociale di quel luogo uniformandolo all’orario di un ordinario ufficio burocratico.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Ecco perché questa battaglia avviata dalle associazioni è soprattutto culturale: perché fatta nell’interesse della società civile sannita che nel volontariato attivo ha trovato un aiuto concreto ai propri bisogni; perché fatta contro il tentativo di piegare questa struttura di servizi agli interessi dettati da intrecci politico-clientelari</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Perciò, nell’ottica del concreto associazionismo che non può prescindere dalla pratica della trasparenza, <strong>le 31 associazioni  chiedono al nuovo consiglio direttivo di fornire risposte documentate a 10 domande integralmente riproposte sui siti e sui blog delle associazioni firmatarie</strong> tra le quali la “Rete Sociale” l’associazione di familiari e amici dei sofferenti psichici che riporta le 10 domande qui di seguito sul proprio blog &#8220;I lenzuoli bianchi&#8221; (per poi archiviarle nella pagina <span style="color:#339966;"><strong><em>Documentazione e video</em></strong> </span>insieme ad eventuale, ulteriore documentazione)</p>
<h4><span style="color:#dc143c;">Ecco, dunque, le <span style="color:#0000cd;">10 domande </span>pubblicamente rivolte a chi oggi dirige il Centro Servizi al Volontariato di Benevento (CESVOB): </span></h4>
<p style="text-align:justify;"><em><span style="color:#0000cd;">1) Fra gli obblighi prioritari del consiglio direttivo “di garanzia” del CESVOB c’è l’allargamento della base sociale: ma perché a due mesi dalla vostra elezione &#8211; avvenuta il 21 febbraio scorso &#8211; non avete ancora aperto le iscrizioni ai nuovi soci del CESVOB?</span></em></p>
<p style="text-align:justify;"><em><span style="color:#0000cd;">2) Perchè  il direttore del CESVOB Angelo Moretti, selezionato pubblicamente dal centro servizi al volontariato, non e’ stato contrattualizzato ma, al contrario, mandato a casa?</span></em></p>
<div style="text-align:justify;"><em><span style="color:#0000cd;">3) Perchè il suo posto è stato occupato da una direttrice che viene da Napoli, già direttrice del Centro del volontariato di Napoli governato dalle Misericordie? Possibile che nessun cittadino  sannita sia in grado di ricoprire questo ruolo?</span></em></div>
<div><em><span style="color:#0000cd;"> </span></em></div>
<div><em><span style="color:#0000cd;">4) Perchè nessuna associazione è stata coinvolta nella programmazione 2010 che doveva essere approvata già nel mese di marzo?</span></em></div>
<div><em><span style="color:#0000cd;"> </span></em><em> </em></div>
<div><em><span style="color:#0000cd;">5) Perchè  nonostante i fondi siano pervenuti il 5 febbraio 2010 e le convenzioni siano  state firmate il 26 febbraio 2010, non sono state accreditate le tranche di partenza dei progetti di perequazione 2008 alle associazioni vincitrici nella graduatoria regionale?</span></em></div>
<p style="text-align:justify;"><em><span style="color:#0000cd;">6) Su un’assemblea di 26 votanti, il presidente e il consiglio direttivo sono stati eletti con 14 voti favorevoli: è vero che questa risicata maggioranza è stata ottenuta oltre che con gli 8 voti delle Misericordie, anche con il supporto di sigle vuote, prive di curriculum ma “piene” di fratelli e mogli?</span></em></p>
<p style="text-align:justify;"><em><span style="color:#0000cd;">7) A titolo esemplificativo: che cos’è  l’associazione “DTAUB”, chi e quando l’ha fondata, che cosa fa per la collettività, quali sono i suoi “soci” ?</span></em></p>
<p style="text-align:justify;"><em><span style="color:#0000cd;">) Perché mantenete in vita un contratto di lavoro illegittimo da 27.000 euro lordi annui, operato da un ex presidente – tra l’altro sfiduciato – a favore della moglie e senza l’approvazione di alcun consiglio direttivo?</span></em></p>
<p style="text-align:justify;"><em><span style="color:#0000cd;">9) In quanto consiglio direttivo “di garanzia” la vostra durata è 6 mesi: perchè, allora, delle diverse assemblee che avreste dovuto fare, dal 21 febbraio ad oggi, non ne avete convocata neanche una?</span></em></p>
<p style="text-align:justify;"><em><span style="color:#0000cd;">10) L’assemblea del 21 febbraio ha deliberato all’unanimità che il CESVOB fosse accompagnato dal CSV NET – cioè, la rete di tutti i CSV d’Italia &#8211; per dirimere le questioni interne: perché, invece, avete esautorato ed allontanato il referente del CSV nazionale Gennaro Castaldi dal vostro direttivo dal 23 febbraio per cui da allora nessun accompagnamento al CESVOB è stato operato?</span></em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>11 gennaio 2010</em></strong></p>
<h1><span style="color:#c71585;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;">Cooperative  sociali :</span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#ffffff;">&#8230;.</span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;">contenitori  terapeutici </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;">o  scatole  vuote ?</span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;"> </span></h1>
<p style="text-align:justify;">Uno dei compiti delle associazioni di familiari è lottare contro lo stigma e i pregiudizi che affliggono la malattia mentale perché impediscono di godere del diritto alla cura e al rispetto riconosciuti ad altri tipi di malattie.<br />
Un diritto spesso negato per motivi culturali e scarsità di informazioni.<br />
Nessuno negherebbe, infatti, un medicinale come l’insulina ad un diabetico o i farmaci per abbassare la pressione a chi soffre di ipertensione, come nessuno negherebbe la riabilitazione motoria a una persona operata agli arti, e così via.<br />
Non solo: se un medico oggi suggerisse di curare l’ipertensione con le sanguisughe e i salassi come si faceva all’inizio del secolo, l’opinione pubblica insorgerebbe. Perché, grazie al proliferare di trasmissioni televisive e riviste specializzate, ne sa abbastanza di medicina per evitarlo. La malattia mentale, però, fa eccezione: nonostante ne sia coinvolta direttamente o indirettamente una persona su tre, in Italia se ne parla poco. A differenza di altri Paesi dove è stata affrontata innanzitutto con grosse campagne stampa informative. Per cui – avvolta ancora da troppi pregiudizi e dalla cultura manicomiale che la riteneva una malattia inguaribile – a questi malati spesso è negato il diritto che hanno tutti gli altri a una diagnosi e a una cura adeguate.  E questa “lettura” della malattia mentale è ancora presente, spesso inconsciamente, nella memoria collettiva della nostra società determinando la difficoltà a curare il disagio mentale: che, non a caso, aumenta in maniera esponenziale.</p>
<p style="text-align:justify;">In questo quadro, a nostro avviso, va inquadrato il provvedimento con il quale la <span style="color:#c71585;"><strong>giunta provinciale presieduta da Aniello Cimitile</strong> </span>ha ritenuto di non rinnovare il contratto a cooperative sociali che si sono occupate di reinserimento lavorativo di malati mentali, commettendo, forse, un errore di valutazione:  un errore determinato dalla mancanza di conoscenza delle conseguenze sulla salute dei lavoratori svantaggiati che avrebbe comportato una tale decisione. Un errore commesso anche dalle organizzazioni sindacali, che si sono dichiarate soddisfatte del “salvataggio dei livelli occupazionali”: come se quella in gioco fosse normale manodopera passata da un’impresa all’altra e non lavoratori “speciali” per i quali il lavoro è un mezzo per curare una malattia.</p>
<p style="text-align:justify;">In questa chiave di lettura, dunque, abbiamo analizzato la vicenda di cooperative come <span style="color:#c71585;"><strong><em>&#8220;Il Mosaico&#8221;</em></strong></span> che dopo tanti anni dedicati al reinserimento di malati psichici diventando una sorta di &#8220;contenitore terapeutico&#8221;, ha lanciato un <strong><span style="color:#c71585;">appello <a href="http://www.gazzettabenevento.it/Sito2009/dettagliocomunicato.php?Id=10223">( leggi qui il documento)</a> </span></strong><strong><span style="color:#c71585;"><span style="color:#000000;"> </span></span></strong>perchè rischia di scomparire:  non per un semplice fatto economico legato al mancato rinnovo del contratto, ma perchè così è stata privata della &#8220;mission&#8221; per la quale si era specializzat e di quasi tutti i soci-lavoratori disagiati dei quali si occupava.  I quali, a loro volta, rischiano per questa perdita pesanti conseguenze sull&#8217;equilibrio psichico duramente conquistato.</p>
<p style="text-align:justify;">In questa ottica, dunque, si sviluppa la nostra inchiesta sulla vicenda riportata nella <span style="color:#0000ff;"><strong>pagina del blog  &#8221;Storie di ordinaria follia&#8221;</strong> </span>che perciò, basandosi innanzitutto su una valutazione “tecnica” e non “politica” della questione parte da una serie di interrogativi rivolti ai medici del Centro di Salute Mentale di Benevento sulle conseguenze fisiche e psichiche dovute alla perdita del lavoro dei loro pazienti.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Interrogativi che a loro volta innescano le domande alle quali chiediamo <span style="color:#c71585;">alla giunta provinciale e al suo presidente Aniello Cimitile,</span> una risposta. </strong></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#c71585;"> </span><span style="color:#c71585;"> </span></p>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;">31 dicembre 2009 </span></h1>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em> </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em> </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em> </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>Nell’ultimo giorno di quest&#8217;anno </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>il nostro pensiero è per voi amici del Mosaico </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>e delle cooperative lasciate a digiuno dalla giunta provinciale.</em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>Per il vostro cenone di Capodanno la Provincia  ha “cucinato” un </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>pasticcio con troppi ingredienti che non legano fra loro. </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>Non a caso il risultato è un piatto immangiabile, </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>dal quale si leva un fumo denso, che puzza di bruciato, </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>difficile da smorzare con un coperchio: </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>perché come vapori da una pentola che bolle, </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>troppe domande inquietanti vengono fuori ammorbando l’aria. </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>Domande da sparare, come botti, con l’inizio del nuovo anno </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>per ottenere dal presidente Cimitile risposte esaurienti: </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>perché il tema della cooperazione sociale è troppo delicato, </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>troppo vitale ed </em></strong></span><span style="color:#0000cd;"><strong><em>importante </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>per meritare rassicurazioni generiche e poco convincenti. </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>E se proprio sarà impossibile farsi sentire </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>d</em></strong></span><span style="color:#0000cd;"><strong><em>a chi non vuole ascoltare </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>forse sarà il caso di farsi vedere: magari scendendo in piazza </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>dopo avere tirato fuori dagli armadi i lenzuoli bianchi, </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>cominciando a contare </em></strong></span><span style="color:#0000cd;"><strong><em>quanti, </em></strong></span></p>
<p><span style="color:#0000cd;"><strong><em>insieme a noi, li vorranno indossare… </em></strong></span></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>19 Dicembre &#8211; 2009 </strong></p>
<h2 style="text-align:left;"><strong><span style="color:#32cd32;">L&#8217; INCHIESTA  ( 1° Puntata)</span></strong></h2>
<p style="text-align:center;"><span style="color:#ffffff;"><strong>.</strong></span></p>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#800080;"><span style="color:#c71585;">“Commissari, ora tocca a voi </span></span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#800080;"><span style="color:#ffffff;">.</span></span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;">rispondere” </span></h1>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span><br />
Forse non ci siamo spiegati bene. O forse non si vuole capire. Ma la decapitazione dei vertici della Asl &#8211; travolti da vicende giudiziarie &#8211; non ha cancellato il nostro diritto ad avere una risposta agli interrogativi sollevati sul funzionamento del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (vedi in merito quanto denunciato in <a href="http://ilenzuolibianchi.wordpress.com/5-documentazione-e-video/"><strong><em>Documentazione e video</em></strong></a>). Così come non si è compreso – o non si vuole comprendere – che come associazione di familiari rivendichiamo questo diritto in quanto “stake holders” o portatori di precisi interessi: quelli degli utenti del servizio pubblico della salute mentale. Perciò ai commissari nominati al posto del precedente management ribadiamo pubblicamente che l’attuale servizio fornito da questo reparto non ci soddisfa: perché essendo un anello importante di un ingranaggio complesso, le sue disfunzioni rischiano di bloccare l’intero meccanismo del servizio pubblico della salute mentale. E affinchè sia chiaro che cosa riteniamo per “servizio soddisfacente” abbiamo preso ad esempio non realtà lontane, ma proprio il SPDC di Benevento negli anni Novanta: cioè, il periodo in cui questo reparto, in armonia con le altre strutture del DSM, ricopriva in maniera esemplare il fondamentale ruolo terapeutico che gli compete.</p>
<p>Oggi, dunque, sul nostro blog cominciamo a raccontare <strong><em>“che cosa eravamo”</em></strong> per capire<em><strong> “che cosa non siamo più”</strong></em> , ma anche <em><strong>“che cosa vogliamo tornare ad essere”</strong></em>.</p>
<h2 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;">Come eravamo …</span></h2>
<p><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align:justify;">All’inizio degli anni ’90, uno schema affisso sul muro programmava di ora in ora la giornata dei malati di mente nel reparto psichiatrico di emergenza di Benevento: nel famigerato SPDC, sede del servizio psichiatrico di diagnosi e cura. Famigerato perché è la trincea della pazzìa, quello dove arrivano i malati in crisi acuta: i depressi che hanno tentato il suicidio, gli schizofrenici in preda al delirio, i tossici in stato di grave agitazione, quelli affetti da crisi di panico. E molti di questi non entrano di propria volontà, perché “l’acuzie” &#8211; come si dice in gergo psichiatrico la fase acuta della malattia mentale -  è talmente forte che ne negano l’esistenza: convinti di essere sani, non vogliono curarsi. Sono quelli, perciò, che finiscono in reparto applicando la legge che prevede il TSO o Trattamento Sanitario Obbligatorio: che obbligati a curarsi contro la propria volontà,  vivono il SPDC come un carcere ingiusto, una gabbia che non meritano.</p>
<p>Ma a tutti i sofferenti psichici, anche a quelli ricoverati per forza, nel SPDC di Benevento all’inizio degli anni ’90 si decise di non rispondere con la forza ma con lo schema che individua questa giornata tipo:</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span><br />
<strong><span style="color:#c71585;">GIORNATA   TIPO   NEL  SPDC   DI   BENEVENTO   NEL   1991 </span></strong></p>
<table style="height:456px;" width="609" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<col span="7" width="64" />
<col width="55" />
<tbody>
<tr>
<td width="64" height="23"><strong><span style="color:#c71585;">Orario</span></strong></td>
<td colspan="6" width="384"><strong><span style="color:#c71585;">Attività</span></strong></td>
<td width="55"> </td>
</tr>
<tr>
<td height="23"><strong><span style="color:#c71585;">7.00</span></strong></td>
<td colspan="3"><strong><span style="color:#c71585;">Terapia farmacologica</span></strong></td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
</tr>
<tr>
<td height="23"><strong><span style="color:#c71585;">7.30</span></strong></td>
<td colspan="5"><strong><span style="color:#c71585;">Cura di sé (lavarsi, fare il letto, ecc), colazione</span></strong></td>
<td> </td>
<td> </td>
</tr>
<tr>
<td height="23"><strong><span style="color:#c71585;">8.30</span></strong></td>
<td colspan="2"><strong><span style="color:#c71585;">Ginnastica</span></strong></td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
</tr>
<tr>
<td height="23"><strong><span style="color:#c71585;">9.00</span></strong></td>
<td colspan="7"><strong><span style="color:#c71585;">Colloqui e visite mediche (se possibile, senza &#8221;giro del reparto&#8221;).</span></strong></td>
</tr>
<tr>
<td height="23"><strong><span style="color:#c71585;">10.30</span></strong></td>
<td colspan="6"><strong><span style="color:#c71585;">Uscita dei degenti per acquistare giornali, andare al bar, ecc.</span></strong></td>
<td> </td>
</tr>
<tr>
<td height="23"><strong><span style="color:#c71585;">12.00</span></strong></td>
<td><strong><span style="color:#c71585;">Pranzo</span></strong></td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
</tr>
<tr>
<td height="23"><strong><span style="color:#c71585;">13.00</span></strong></td>
<td><strong><span style="color:#c71585;">Riposo</span></strong></td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
</tr>
<tr>
<td height="23"><strong><span style="color:#c71585;">14.00</span></strong></td>
<td colspan="3"><strong><span style="color:#c71585;">Terapia farmacologica</span></strong></td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
</tr>
<tr>
<td height="23"><strong><span style="color:#c71585;">14.30</span></strong></td>
<td colspan="3"><strong><span style="color:#c71585;">Gruppo di discussione</span></strong></td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
</tr>
<tr>
<td height="23"><strong><span style="color:#c71585;">15.30</span></strong></td>
<td colspan="4"><strong><span style="color:#c71585;">Attività di stimolazione di interessi o</span></strong></td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
</tr>
<tr>
<td height="22"><strong><span style="color:#800080;"><br />
</span></strong></td>
<td colspan="3"><strong><span style="color:#c71585;">Attività ginnica in palestra o</span></strong></td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
</tr>
<tr>
<td height="22"><strong><span style="color:#800080;"><br />
</span></strong></td>
<td colspan="4"><strong><span style="color:#c71585;">Uscite organizzate nei giorni festivi</span></strong></td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
</tr>
<tr>
<td height="23"><strong><span style="color:#c71585;">17.00</span></strong></td>
<td><strong><span style="color:#c71585;">Cena</span></strong></td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
</tr>
<tr>
<td height="23"><strong><span style="color:#c71585;">18.00</span></strong></td>
<td colspan="2"><strong><span style="color:#c71585;">Attività teatrali o</span></strong></td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
</tr>
<tr>
<td height="22"><strong><span style="color:#800080;"><br />
</span></strong></td>
<td colspan="5"><strong><span style="color:#c71585;">Gruppo di attività di manutenzione del reparto o</span></strong></td>
<td> </td>
<td> </td>
</tr>
<tr>
<td height="22"><strong><span style="color:#800080;"><br />
</span></strong></td>
<td colspan="2"><strong><span style="color:#c71585;">Attività creative</span></strong></td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
</tr>
<tr>
<td height="23"><strong><span style="color:#c71585;">20.00</span></strong></td>
<td colspan="3"><strong><span style="color:#c71585;">Terapia farmacologica</span></strong></td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
</tr>
<tr>
<td height="23"><strong><span style="color:#c71585;">20.30</span></strong></td>
<td colspan="2"><strong><span style="color:#c71585;">Pasto freddo</span></strong></td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
</tr>
<tr>
<td height="23"><strong><span style="color:#c71585;">21.00</span></strong></td>
<td colspan="4"><strong><span style="color:#c71585;">Televisione, giochi (dama, carte, ecc.).</span></strong></td>
<td> </td>
<td> </td>
<td> </td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align:justify;">Il ricoverato in SPDC 20 anni fa, dunque, appena sveglio si lavava, rifaceva il proprio letto e, dopo la colazione, una mezz’ora di ginnastica. Poi incontrava i medici: ma in maniera <em>“il più possibile informale&#8221;</em>, evitando il penoso rituale del giro del reparto vecchia maniera tipico dei manicomi. Quello, cioè, con  il primario davanti, il codazzo di assistenti dietro e i pazienti in fila, in silenzio, accanto al letto, “studiati” lì, uno dopo l’altro da medici che parlavano del “caso” tra di loro ignorandoli, come se non esistessero: trattandoli come capi di bestiame del quale si valutano peso e salute facendo il controllo della stalla.<br />
Dopodiché, tutti fuori: all’edicola e al bar del grande complesso ospedaliero che ospita il SPDC – il Rummo di Benevento – per andare a comprare il giornale, mangiare un cornetto e prendere un caffè, fino al momento dell’altro incontro, quello con i familiari, prima del pranzo. E dopo il riposino pomeridiano, il giro ricominciava:  gruppi di discussione, attività in palestra, teatro, pittura. E poiché la cena negli ospedali viene servita alle 17,00 – rendendo, così, maledettamente lunga la notte che segue – solo per i ricoverati in SPDC era prevista una cena fredda alle 20,30 a base di formaggio, salumi, frutta per continuare a trascorrere insieme la serata guardando la televisione, giocando a dama o a carte.<br />
Insomma, di ora in ora, per tutta la giornata, il reparto e i sui malati erano in movimento. Ed è proprio in questa parola quasi magica, <strong>“movimento”</strong>, che a Benevento prende corpo la rivoluzione “basagliana”.</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<h2 style="text-align:center;"><span style="color:#800080;"><span style="color:#c71585;">Il malato (im)mobile dei manicomi</span> </span></h2>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span><br />
<em>“Sono passati quasi 40 anni da quando entrai per la prima volta nel manicomio di San Giovanni a Trieste dove mi accolse con una certa diffidenza Maria Jelercich, la caposala, che mi ripeteva continuamente servendomi il caffè: “Sono qui da 35 anni: quando io ho cominciato a lavorare lei, dottore, non era ancora nato””</em>. Così esordisce Peppe dell’Acqua nel suo libro  <a href="http://www.stampalternativa.it/libri/978-88-7226-986-2/peppe-dell-acqua/non-ho-l-arma-che-uccide-il.html">“Non ho l’arma che uccide il leone”</a>.</p>
<h5 style="text-align:center;"><a href="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/peppe_dellacqua_20091.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-191" title="Peppe_DellAcqua_2009" src="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/peppe_dellacqua_20091.jpg?w=239&#038;h=329" alt="" width="239" height="329" /></a>Peppe Dell&#8217;Acqua ( foto di Massimo Silvano)</h5>
<p style="text-align:justify;">Salernitano, approdato nell’80 a Trieste per lavorare con Franco Basaglia, rimasto lì dove oggi dirige il Dipartimento di Salute Mentale, ecco come Peppe continua a descrivere il primo impatto con il San Giovanni, la fabbrica dei matti che allora contava circa 1000 ricoverati: <em>“Nel manicomio non ci sono oggetti d’uso personali. I pochi mobili resistenti sono per tutti. Ci sono tavoli, sedie, panche, letti e solo qualche robusto armadio. E poi ci sono gli internati. I mobili e gli internati abitano il manicomio. I mobili vanno conservati puliti, ordinati, non devono essere mai spostati, creerebbero troppa confusione: così sosteneva  Maria Jelercich che era attentissima a queste cose. Erano state la sua formazione, il suo lavoro, la sua vita per 40 anni. E ora cercava di farmele capire, di insegnarmele, servendomi il caffè: “I malati anche non vanno spostati, bisogna lasciarli in pace” mi diceva. Mobili e internati a testimonianza della fissità, dell’immobilità reale e simbolica dell’istituzione. I mobili sono corpi, sono uomini in piedi, rigidi, fissi… come gli internati il cui corpo perduto diventa panca, sedia. E l’istituzione perpetua così con l’internato il rapporto di manutenzione che ha con gli altri oggetti del manicomio”.</em></p>
<p style="text-align:justify;">Il <strong>“movimento”</strong> del SPDC di Benevento, dunque, non è casuale: è un aspetto tecnico fondamentale contrapposto all’immobilismo del manicomio, nella convinzione che un malato mentale non può guarire stando chiuso a non far niente come un leone in gabbia.<br />
Questo il succo di uno schema di giornata che racchiude in sé tutto il senso liberatorio e curativo  dell’esperienza triestina diretta da Franco Basaglia, diventata legge con la 180 e messa in pratica in tutt’Italia da centinaia di medici, infermieri, riabilitatori, volontari, assistenti sociali con la collaborazione dei familiari. Un’esperienza che a Benevento, applicata al SPDC, diventa addirittura esemplare: lo “schema di giornata” che abbiamo riportato, infatti, fa parte di un avanzato progetto pilota che con il titolo<strong> “La salute mentale verso il 2000”</strong> viene presentato da un’equipe di medici beneventani  al congresso nazionale della Società Italiana di Psichiatria nell’ottobre del  ’91 .</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/copertina-congresso1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-195" title="Copertina congresso" src="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/copertina-congresso1.jpg?w=205&#038;h=300" alt="" width="205" height="300" /></a></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<h2 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;">Il “malato in movimento” di Benevento</span></h2>
<p><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><em>“Il problema di una soddisfacente organizzazione funzionale del SPDC non è mai stato affrontato in maniera sistematica ed esauriente </em>- esordisce la relazione del pool di medici beneventani illustrata al congresso del ’91 &#8211; <em>Perché questo reparto, che è uno degli strumenti operativi del Dipartimento di Salute Mentale (o DSM), è stato scarsamente considerato sia dagli amministratori che non l’hanno dimensionato rispetto agli standard richiesti, sia dagli psichiatri … che lo hanno sempre gestito “secondo una logica “custodialistica e manicomiale … per lo più  identificandolo come luogo di raccolta dei fallimenti terapeutici, piuttosto che come strumento di terapia.… E invece l’esperienza del SPDC dell’Usl 5 di Benevento tenta di valorizzare proprio il momento terapeutico che, in una dimensione nuova, può essere presente anche nel breve periodo della ospedalizzazione”. </em><br />
Il concetto di fondo, dunque, che sorregge questa esperienza è basato <em>“sulla proiezione all’esterno del SPDC delle attività terapeutiche e su una precisa organizzazione temporale e funzionale degli interventi”. </em><br />
Su questa premessa teorica, quindi,  si fonda la prassi che trasforma la giornata in un susseguirsi di <em>“iniziative che rompono situazioni di ristagno e noia:  elementi pericolosi poiché alimentano tendenze conflittuali e conseguenti risposte manicomiali”.</em> Iniziative che si svolgono<em> “in due ampi corridoi antistanti le degenze, in una sala mensa, in una sala polivalente, in spazi esterni al SPDC quali la palestra e alcuni cortili”</em> del complesso ospedaliero.<br />
Il SPDC di Benevento, dunque &#8211; benché all’epoca in una situazione strutturale fatiscente rispetto a  quella attuale &#8211; era stato trasformato in un contenitore ricco di attività, legato al territorio, dove il sistema terapeutico era improntato più <em>“sul  versante riabilitativo, espressivo-ludico e di socializzazione”</em> che sulla tradizionale, massiccia assunzione di farmaci.</p>
<p>E i risultati ottenuti dimostrano la validità di questo tipo di organizzazione .</p>
<p style="text-align:justify;">A livello generale, infatti, venne riscontrata una forte diminuzione dei <em>&#8221; fenomeni di aggressività e conflittualità e, di conseguenza, anche una sensibile diminuzione delle terapie farmacologiche; la tendenza a non vivere il luogo come un carcere;  una maggiore partecipazione e motivazione sia da parte dei degenti che del  personale; e soprattutto un’immagine positiva del SPDC da parte dei degenti, dei familiari e degli operatori”.. </em><br />
Quanto al livello individuale, questa impostazione si rivelò una cura efficace perché aumentò <em>“la tendenza all’autonomia, a partecipare ai problemi degli altri e a portare aiuto agli altri, mentre diminuisce la tendenza a disturbare gli altri degenti, contiene i deliri,  diminuisce i momenti di agitazione psicomotoria e gli spunti di aggressività. … perché … ogni comportamento violento ha bisogno, per manifestarsi, di un adeguato tempo di maturazione: in questo caso impedito dalle attività e dalle cangianti stimolazioni”. </em><br />
Insomma, ciò significa che se la violenza matura nella noia, nel SPDC di Benevento i malati non avevano più il tempo di essere violenti: perché troppo occupati a fare altro. E se la violenza aumenta nello stare segregati, nel SPDC di Benevento i malati non erano più ossessionati dal pensiero di scappare: perché molte attività si svolgevano “fuori” anziché “dentro” il reparto. <em>“Risposte molto positive si sono avute con l’attività motoria soprattutto in palestra – </em>si legge infatti nel documento<em> – che vede coinvolti degenti e utenti del territorio”</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">Inoltre, l’esperienza descritta dall’equipe beneventana rivela che:<em> “un momento fondamentale delle attività è il gruppo di discussione pomeridiana perché fa da cassa di risonanza per i problemi della struttura, mobilizza di volta in volta gli umori e le potenzialità dei partecipanti, ed è un momento centrale di discussione dell’equipe di medici e infermieri caratterizzata, come i degenti, da estrema “mobilità””</em>. Che significa quest’ultima frase? Che anche il personale era in continuo <strong>“movimento”</strong>: all’epoca, infatti, non esisteva uno specifico dirigente del SPDC, né dipendenti distaccati solo in questo reparto, perché tutti – medici, infermieri, assistenti sociali, riabilitatori &#8211; con opportune turnazioni erano presenti sia in SPDC che in altre strutture territoriali. E questo era il presupposto basilare della innovativa organizzazione del reparto psichiatrico di Benevento: sia perché la mobilità del personale evitava situazioni di stress e routine dovuti a un lavoro svolto sempre in SPDC con malati gravi; sia perché proprio la mobilità del personale garantiva la continuità terapeutica al malato che, così, anche in SPDC aveva l’occasione di ritrovare gli operatori che lo seguivano altrove.</p>
<p style="text-align:justify;">Non a caso, tutti i nuovi assunti di quella che allora era la Usl 5 passavano per il SPDC e facevano esperienza dei malati in fase acuta: l’acuzia, infatti, come spiegano i medici  <em>“è un momento di un percorso di malattia. Perciò allora non esisteva una “separatezza” tra i livelli di interventi territoriali e ospedalieri: tra SPDC e altre strutture. Perché la continuità tra interventi domiciliari, territoriali e ospedalieri, per i malati è un presupposto fondamentale per la riuscita del progetto terapeutico. Non solo: furono anche moltiplicati i momenti di incontro e discussione, per  raccogliere le interazioni che il paziente stabiliva con i vari operatori e per poter ricostruire un’immagine unitaria del paziente stesso”. </em><br />
Insomma, da quanto descritto finora emerge che negli anni Novanta a Benevento stava nascendo una realtà nuova. Una realtà condivisa da un gruppo compatto, gestito e coordinato da una figura il cui ricordo è ancora vivo nell’immaginario collettivo sia degli operatori che l’hanno conosciuto che di quelli che ne hanno solo sentito parlare: Renato Russo.</p>
<h2 style="text-align:center;"><span style="color:#c71585;">La primavera della salute mentale beneventana </span></h2>
<p>La relazione del ’91 è firmata da 5 medici: il primo, appunto, era Renato Russo. Gli altri lavorano ancora al Dipartimento di Salute Mentale. Così insieme al personale presente sia ieri che oggi, abbiamo ricostruito il clima da “primavera di Praga” della Salute Mentale a Benevento di quegli anni e l’eccezionale figura di Renato Russo (vedi il racconto più dettagliato in <strong><em><a href="http://ilenzuolibianchi.wordpress.com/5-documentazione-e-video/">Documentazione e video</a></em></strong>).</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/renato-russo-tempo-libero.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-197" title="Renato Russo tempo libero" src="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/renato-russo-tempo-libero.jpg?w=264&#038;h=300" alt="" width="264" height="300" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Gli anni Ottanta, infatti, furono caratterizzati dalla nascita di una serie di servizi territoriali che realizzavano l’impegno di quanti credevano nella sanità pubblica: anche a Benevento si costituirono in breve tempo le èquipe territoriali per assistere i ricoverati nei vecchi manicomi, i portatori di handicap e i tossicodipendenti. E questi gruppi di operatori, nucleo originario degli attuali servizi, sorsero condividendo tutti la stessa filosofia di intervento perché nacquero intorno ad una stesso coordinatore: Renato Russo. Nutrito delle esperienze politiche e sindacali di quanti, negli anni Settanta, credevano nella possibilità di operare profondi cambiamenti culturali, ispirato dalle esperienze terapeutiche triestine, debuttò sulla scena professionale capeggiando una fervida protesta di piazza che riuscì a scongiurare l’apertura di un nuovo manicomio a Benevento poco prima della legge 180.<br />
Descritto come personaggio autorevole ma semplice – circolava con una scassatissima “Renault 4” rossa &#8211; tenne le fila di una complessa organizzazione facendo sentire la sua capacità decisionale in qualsiasi segmento. Abile nel coordinare diverse professionalità rispettandone le competenze, riusciva a esaltare le capacità di ognuno, per cui tutti si identificavano nel progetto comune. E non solo la conflittualità all’interno del gruppo non assumeva mai toni che potessero rompere la possibilità di cooperazione, ma ciò che rendeva molto sereno il clima era la certezza che non si era mai soli: perché tutti sapevano che all’occorrenza il coordinatore avrebbe condiviso con gli operatori le responsabilità – anche istituzionali e legali &#8211; sostenendoli nella ricerca di soluzioni.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma se così esaltante fu la sua leadership, ancora più drammatica fu la sua fine: <em>“Morì stroncato da un infarto a 46 anni in una delle notti passate fra la stesura di una relazione e l’attesa di una chiamata dal SPDC – </em>ricorda la moglie Maria Grazia<em> – Quando in SPDC, infatti, c’era di turno qualcuno di cui non era sicuro, diceva sempre “per qualsiasi cosa chiamate me, a qualsiasi ora”. Anche in vacanza telefonava ogni mattina nei vari reparti per avere notizie: perfino dall’estero”. </em><br />
E alla domanda quale aspetto del marito ha apprezzato di più,  Maria Grazia risponde: <em>“Renato e io abbiamo condiviso gli studi dal primo anno di Medicina e mi ha colpito il fatto che fin dall’inizio il suo obiettivo è stato chiaro e inserito in un progetto preciso: occuparsi di psichiatria e disagio mentale per migliorarne l’assistenza a Benevento. Ricordo, infatti, che con un collega andarono nel ’70 a Trieste a trovare Franco Basaglia per cercare nuovi sbocchi. E Basaglia, dopo averli ascoltati, alla fine disse: “Considerando che oggi è giovedì, se ve la sentite potete venire a lavorare da lunedì”. Ma Renato non andò: non perché non se la sentiva, ma perché era troppo legato alla sua terra per la quale aveva intravisto la possibilità di dare vita a un sogno. Il sogno che aveva cominciato a realizzare per la salute mentale…” </em></p>
<p style="text-align:justify;">E ci stava riuscendo se questo non fosse stato bruscamente interrotto il 13 settembre del ’92: <em>“Fummo tutti avvertiti all’alba da una catena di telefonate che annunciò quella terribile notizia – </em>ricorda il personale di allora <em>– E per una strana coincidenza, proprio quella mattina arrivò in SPDC un fascio di fiori per il dottor Russo: era di un paziente di Foggia da poco dimesso il quale, ignaro della morte avvenuta poche ore prima,  accompagnava i fiori con una lettera di ringraziamento per come era stato amorevolmente e sapientemente curato. Così il mazzo fu deposto sul feretro che, composto all’Ordine dei Medici, fu salutato dall’applauso che si riserva ai leader riconosciuti”. </em></p>
<p style="text-align:justify;"><em><span style="color:#ffffff;">.</span></em></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/foto-festa-cim.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-199" title="FOTO FESTA CIM" src="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/foto-festa-cim.jpg?w=450&#038;h=268" alt="" width="450" height="268" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Con la scomparsa di Renato Russo, è scomparso nelle nebbie della politica e del tran tran, anche quanto avviato per il SPDC. Al punto che oggi non ve n’è più traccia se non nell’operato di quei protagonisti &#8211; medici e infermieri – nei quali è rimasto come una sorta di “imprinting”: molti di quelli che hanno avuto quella formazione, infatti, si distinguono ancora oggi per il rispetto verso il proprio lavoro e verso gli ammalati, che hanno conservato.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma quello che a noi interessa di tutto questo è il danno per il paziente: talvolta irrimediabile. Perché se qualcuno &#8211; nonostante quanto raccontato – dovesse ritenere che in fondo le permanenze in SPDC sono abbastanza brevi e 15 &#8211; 20 giorni passano in fretta, vuol dire che ancora una volta non ha capito, o non vuole capire, che cos’è la malattia mentale e il ruolo che gioca il SPDC nella sua cura.<br />
Sia perché non ha capito che questa è un’occasione importante per “studiare”, mettendo in gioco diverse competenze mediche e paramediche, il modo per curare e reinserire il paziente. Sia perché non ha provato quello che abbiamo ricostruito attraverso diverse  testimonianze dei malati : ovvero,  che cosa può significare stare 15 giorni chiusi in un luogo dove ogni giorno sembra lungo come un anno.</p>
<p style="text-align:justify;">In questa trincea del disagio, infatti, c’è chi magari ci mette piede una sola volta. Ma quell’unica volta, dovendo condividere forzosamente una situazione di disperazione fra altri malati nella stessa condizione, diventa devastante se non è vissuta con il supporto di professionalità,   organizzazione e disponibilità indispensabili a superare questo momento difficilissimo. E la tragica conseguenza è che molti, così, si giocano tutte le possibilità di guarigione: perché è proprio in questo momento di emergenza che il servizio pubblico si gioca la fiducia del paziente che dovrebbe prendere in carico.<br />
Se l’approccio, infatti, è negativo, crolla la credibilità dell’istituzione. Che tradotto con le parole di alcuni pazienti significa: <em>“Se qui mi incarcerano ingiustamente, vuol dire che mi sono nemici, che non sono persone che vogliono farmi guarire, di cui posso fidarmi: sono persone dalle quali debbo scappare”</em>. Non solo: sembra che al danno si aggiunga la beffa, perché alla sofferenza della malattia si aggiunge il senso di colpa che ti butta addosso l’istituzione: <em>“Per cui non solo sei un malato, ma in quanto colpevole della tua malattia devi stare rinchiuso a espiare”. </em><span style="color:#800080;"><span style="color:#333300;">Così le paure per il futuro, anziché placarsi, talvolta aumentano. E l’unica maniera per sfuggirle è fuggire dal luogo e da chi le accentua. In questo modo, però, l’istituzione si brucia la possibilità di instaurare quell’approccio fondamentale ad avviare la cura. E il malato &#8211; come un giocatore di calcio che, allenatosi per anni, si gioca tutto in una partita – in quei 15 giorni può giocarsi la partita della sua vita bruciandosi ogni possibilità di guarigione.<br />
</span><strong> </strong></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#800080;"><strong><span style="color:#c71585;">E’ anche così, dunque, che la malattia mentale può diventare cronica. Con tutte le conseguenze che ciò comporta: cioè, che i malati non recuperati vadano ad affollare i nuovi manicomi privati e convenzionati,  spesso cronicari del disagio mentale mascherati da comunità riabilitative; che il loro numero, come altrettante occasioni perdute, aumenti di anno in anno insieme ai costi sanitari per tenerli “parcheggiati”; che per colpa di un servizio pubblico insoddisfacente, si sia passati dai “LETTI  DI  CONTENZIONE” al business dei  “LETTI D’ORO”  che ha contribuito a mandare in tilt la spesa sanitaria regionale. </span></strong></span></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#c71585;">(fine 1° puntata)</span></strong></p>
<p style="text-align:center;"> </p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/ilenzuolibianchi.wordpress.com/181/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/ilenzuolibianchi.wordpress.com/181/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/ilenzuolibianchi.wordpress.com/181/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/ilenzuolibianchi.wordpress.com/181/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/ilenzuolibianchi.wordpress.com/181/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/ilenzuolibianchi.wordpress.com/181/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/ilenzuolibianchi.wordpress.com/181/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/ilenzuolibianchi.wordpress.com/181/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/ilenzuolibianchi.wordpress.com/181/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/ilenzuolibianchi.wordpress.com/181/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/ilenzuolibianchi.wordpress.com/181/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/ilenzuolibianchi.wordpress.com/181/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/ilenzuolibianchi.wordpress.com/181/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/ilenzuolibianchi.wordpress.com/181/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilenzuolibianchi.wordpress.com&amp;blog=10773714&amp;post=181&amp;subd=ilenzuolibianchi&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">Solot 3</media:title>
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			<media:title type="html">festa Puglianello 026</media:title>
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			<media:title type="html">CASA _FAMIGLIA _051</media:title>
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		<link>http://ilenzuolibianchi.wordpress.com/2009/12/15/92/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 19:22:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilenzuolibianchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Asl]]></category>
		<category><![CDATA[Benevento]]></category>
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		<category><![CDATA[Conferenza Stampa]]></category>
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		<category><![CDATA[I lenzuoli Bianchi]]></category>
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		<description><![CDATA[.. . Nel ringraziare i giornalisti . che hanno lanciato il blog&#8230; . Il nostro blog è decollato da pochi giorni ma le statistiche sui contatti rivelano che sta girando in tutt’Italia: grazie alle associazioni e ai sindacati che fanno parte del nostro comitato di protesta che ci hanno aiutato a lanciarlo nel mondo di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilenzuolibianchi.wordpress.com&amp;blog=10773714&amp;post=92&amp;subd=ilenzuolibianchi&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#ffffff;">..</span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#ffffff;">.</span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#993366;">Nel ringraziare i giornalisti</span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#ffffff;">.</span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#993366;">che hanno lanciato il blog&#8230;</span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#ffffff;">.</span></h1>
<div style="text-align:justify;">Il nostro blog è decollato da pochi giorni ma le statistiche sui contatti rivelano che sta girando in tutt’Italia: grazie alle associazioni e ai sindacati che fanno parte del nostro comitato di protesta che ci hanno aiutato a lanciarlo nel mondo di internet attraverso i loro siti; grazie ad amici e volontari della salute mentale che con una meravigliosa catena di Sant’Antonio ne hanno inviato l’indirizzo internet a Facebook e ad altri social network; grazie al Forum nazionale di Salute Mentale che  ha “linkato”  “I lenzuoli bianchi” sul suo “potente” sito pubblicando il nostro appello per “contare” di più.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align:justify;">Ma un ringraziamento speciale va soprattutto ai giornalisti di Benevento senza i quali il lancio nella rete sarebbe stato impossibile: benché il giorno della nostra conferenza stampa ce ne fossero altre due in corso, oltre a una grossa manifestazione di disabili,  sono stati tutti presenti con telecamere e libretti di appunti, cogliendo il valore etico, sociale, al di sopra delle parti e dei partiti della nostra iniziativa.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align:justify;">Ecco perché abbiamo ritenuto che il modo migliore per ricordare l’inaugurazione dei “Lenzuoli bianchi” e non dimenticarne il senso, sia quello di lasciare traccia di questo incontro sul nostro blog ( nella pagina <a href="http://ilenzuolibianchi.wordpress.com/5-documentazione-e-video/"><span style="color:#008000;"><strong><em>Documentazione e video</em></strong></span></a>) dove stiamo raccogliendo i servizi pubblicati e mandati in onda.</div>
<div style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span></div>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#993366;">…  lanciamo un</span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#ffffff;">. </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#993366;"> </span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#993366;">“ chi li conosce ”?</span></h1>
<div style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span></div>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/conferenzastampa.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-172" title="conferenzastampa" src="http://ilenzuolibianchi.files.wordpress.com/2009/12/conferenzastampa.jpg?w=450&#038;h=338" alt="" width="450" height="338" /></a></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align:justify;">Un servizio, però, non siamo riusciti a rintracciare : quello dei due giornalisti riportati nella foto qui sopra (indicati dalla freccia) dei quali non conosciamo il nome e che hanno detto di appartenere alla testata “Mille voci”. Testata che purtroppo non siamo riusciti a trovare, ma che vorremmo recuperare. Perché avendo i due scattato decine di fotografie a tutti i presenti in sala oltre che a coloro che erano al tavolo dei relatori, e avendo registrato tutto quello che è stato detto durante l’incontro, avranno sicuramente scritto un articolo che ci piacerebbe inserire nella nostra rassegna stampa.</p>
<p style="text-align:justify;">C’è qualcuno, dunque, che li conosce? Che magari guardando le loro foto &#8211; apparse nei resoconti della conferenza stampa da noi riportati sul blog &#8211; può dirci chi sono e aiutarci a contattarli?</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/ilenzuolibianchi.wordpress.com/92/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/ilenzuolibianchi.wordpress.com/92/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/ilenzuolibianchi.wordpress.com/92/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/ilenzuolibianchi.wordpress.com/92/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/ilenzuolibianchi.wordpress.com/92/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/ilenzuolibianchi.wordpress.com/92/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/ilenzuolibianchi.wordpress.com/92/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/ilenzuolibianchi.wordpress.com/92/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/ilenzuolibianchi.wordpress.com/92/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/ilenzuolibianchi.wordpress.com/92/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/ilenzuolibianchi.wordpress.com/92/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/ilenzuolibianchi.wordpress.com/92/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/ilenzuolibianchi.wordpress.com/92/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/ilenzuolibianchi.wordpress.com/92/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilenzuolibianchi.wordpress.com&amp;blog=10773714&amp;post=92&amp;subd=ilenzuolibianchi&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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